La storia è più grande del giardino di casa

La storia è più grande del giardino di casa

02.09.2015 - 12:19

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L’Europa è sotto assedio. E il fronte non è solo a Lampedusa o sulle coste dalla Sicilia. E' a Calais dove in migliaia aspettano di salire su un Tir o di infilarsi nel tunnel del treno superveloce che porta dall'altra parte della Manica. E' nei Balcani dove in migliaia salgono dalla Grecia, arrivano al confine tra Serbia e Macedonia e di lì, se ce la fanno, proseguono in Ungheria per puntare sull’Austria o la Germania. A Budapest hanno chiuso una stazione perché il caos era diventato ingovernabile. E poi ci sono i camion che nei loro cassoni nascondono un’umanità stipata come un pacco e condannata a soffocare nel buio. I cassoni e le stive dei barconi, sono i mezzi di trasporto mortiferi di un esodo storico. L’Europa è sotto assedio e deve svegliarsi. All’improvviso scopre che i migranti e i profughi non sono una questione locale, circoscritta al Mediterraneo e alle sue remote protuberanze che poi sarebbero l’Italia e la Grecia. E’ finito il tempo i cui quell'esercito disperato lo guardavi in televisione e speravi che rimanesse laggiù, fatti loro, se la vedano loro, al massimo gli mandiamo qualche nave, ma si scordino che apriamo le porte, anzi, sai che facciamo, tiriamo su un muro di cemento o con il filo spinato con l'alta tensione e, come hanno proposto gli inglesi, sospendiamo pure il Trattato di Shengen sulla libera circolazione all’interno dell’Ue. Certo, non ci voleva questa cascata inarrestabile, stavamo così bene nei nostri confini, tutti insieme, è vero, ma anche ognuno al suo posto, nel suo giardino immacolato, con le sue casette e le sue città pulite ordinate. E, invece, ecco questa massa che tracima da ogni parte e giunge dove mai si sarebbe pensato che potesse arrivare. Inutile fare moralismi sulle chiusure degli altri, la realtà è sempre più complicata delle nostre reazioni a pelle e quello che ieri ci sembrava inaccettabile oggi potremmo condividerlo senza problemiNoi lo abbiamo già verificato. Adesso siamo la prima sponda - e lo saremo per anni - e scopriamo l’intolleranza e i peggiori luoghi comuni del razzismo. Ma anche qui, guai a generalizzare, c’è tanta gente che si rimbocca le maniche e dà una mano, che capisce che quella folla che si approssima alle coste non la puoi lasciare in mezzo al mare e che qualcosa devi fare. Subito, quando sbarcano e, in prospettiva, per lavorare a un’accoglienza che sia strutturale, fondata su pratiche e comportamenti, su regole che non possono essere italiane o macedoni o ungheresi o tedesche, ma devono nascere da un’ispirazione comune, da una visione di largo respiro, in cui l’Europa deve dimostrare nei fatti i valori che sono impressi nella sua storia e nelle carte fondanti. Nessuno può farcela da solo e nessuno può pensare di arrestare un fenomeno che riguarda milioni di persone che vengono dai contesti più diversi e si trovano uniti in una stessa decisione, andarsene, fuggire, per paura delle bombe, per la violenza, per disperazione, per fame e magari anche per le peggiori inclinazioni che possono attraversare la mente di un uomo. Mi hanno colpito le parole di Rosita Solano, il padre e la madre uccisi da un ivoriano di 18 anni uscito dal centro di accoglienza per i richiedenti asilo. “E’ anche colpa dello Stato, ha detto, se i miei genitori sono stati uccisi è perché permette a questi migranti di venire qui da noi e di fargli fare quello che vogliono, anche rapinare e uccidere”. Tralascio le reazioni dei politici d’assalto che si sono subito accodati. E non è nemmeno il caso di dare giudizi affrettati e di comodo di fronte al dolore di una persona colpita da una violenza terribile. Dico solo che la nostra unica speranza è di fare un passo indietro, di assumerci la responsabilità di una distanza che ci permetta di capire e di trovare una risposta adeguata all'immensità di quello che sta accadendo. A Venezia lo sanno che è inutile chiudere la porta davanti all’acqua alta. Non è un tragitto semplice, sarà sempre più irto di difficoltà, e proprio per questo non possiamo eluderne la sfida o ricondurla alla colpa di questo o di quello. Dello Stato? E' perfino banale ricordare che lo Stato siamo noi e che lo Stato non è la politica della terra di mezzo e della corruzione. E lo Stato oggi è qualcosa che sfuma tra i Palazzi delle nazioni e quelli di Bruxelles. I migranti sono una grande, straordinaria, occasione per fare i conti con noi stessi, prima che con loro, e per ritrovare le ragioni di una coesistenza, di un vivere comunitario. Attenzione, senza l’enfasi superficiale del multiculturalismo che risolve tutto, ma con la consapevolezza che la storia è più grande del nostro giardino di casa.

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