Contento di andare via dal Quirinale

Contento di andare via dal Quirinale

14.01.2015 - 12:37

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Oggi il Presidente Napolitano se ne va. Lascia il Quirinale dopo 9 anni. E a uno studente sulla piazza davanti al palazzo confessa: “Sono contento di tornare a casa”. Ci sono tanti aspetti nell’uscita di un Presidente della Repubblica, tanto più quando si chiama Giorgio Napolitano e ha ricoperto la carica non solo per un settennato, ma è stato “costretto” a restare sia pure a tempo determinato. Tutti ricordiamo il marasma delle elezioni mancate e la salita al Quirinale dei partiti per chiedergli di restare. Nelle democrazie nessun Presidente è nominato a vita, fanno parte dell’essenza di questo sistema il ricambio e il rinnovamento di chi detiene il potere, nessuno è così importante da poter prevalere non solo e non tanto sulle regole, quanto sul fondamento di un'investitura che viene dal popolo e ad esso deve ritornare. Per Napolitano si è già fatta una “eccezione”, con l'invito pressante a rimanere, dopo che più volte aveva confermato l'intenzione di non ricandidarsi. Dunque, il Presidente lascia, come aveva preannunciato da tempo. Nessun passaggio brusco, nessuna rottura, come appartiene al profilo di una personalità che ha sempre perorato la causa della continuità e della responsabilità, rispetto al clamore estemporaneo dei gesti e dei proclami. La sobrietà di una presenza forte e discreta. Napolitano ci lascia con questa immagine. Al Quirinale c'era qualcuno che vegliava e sorvegliava, un anziano custode dei valori della Repubblica. E l'anzianità non è un connotato accessorio, vuol dire esperienza, equilibrio, conoscenza diretta delle tante stagioni che ha attraversato il nostro paese. Tanto più significativa questa carta d'identità, se si pensa agli slanci rottamatori nei confronti della classe politica, al giovanilismo esibito e rivendicato, fin quasi a trasformarlo in una scorciatoia del rinnovamento. Il più anziano Presidente della Repubblica e il più giovane Presidente del Consiglio, mi pare il segno di un Paese divaricato e al tempo stesso chiamato a far convivere il vecchio e il nuovo, il passato e il presente delle generazioni.
Renzi al Quirinale ha trovato qualcosa di più di un consigliere, un capitano di lungo corso, esperto delle rotte e delle tempeste, deciso a promuovere il nuovo delle riforme a cominciare da quella elettorale. Un saggio traghettatore che, nelle contraddizioni della politica e nella sua perdita di credibilità, ha opposto al degrado la sua immagine di solida esperienza, di vecchio maestro che guida una classe diventata sempre più riottosa e rissosa. Non solo la classe politica è cambiata profondamente nel tempo di Napolitano, è l'Italia che è diventata un'altra e ancora ci stiamo a domandare cosa. Si è rinchiusa, spesso rattrappita, il senso della cittadinanza è stato messo a dura prova dalla crisi, i partiti venuta meno la mappa delle identità e delle insegne hanno spesso lasciato il posto alle trasversalità degli affari, alla terra di mezzo della corruzione, i pezzi della società non hanno più sentito la forza di un legame e di una coesione e perso di vista l'interesse generale hanno gridato la loro protesta tanto legittima quanto purtroppo angusta. A fronte di questo smottamento, Napolitano si è proposto ed è stato percepito come un punto fermo e ha interpretato il suo ruolo nel nuovo contesto, nello spazio dunque lasciato libero dalla politica, dalla sua incapacità di scegliere e decidere, e in mezzo, fra poteri che avrebbero dovuto intergrarsi nell'equilibrio di un'architettura e invece sono entrati in conflitto causando una perenne fibrillazione di cui la prima vittima è stata la governabilità del Paese. Lo hanno chiamato Re Giorgio, proprio a sottolineare questa centralità “monarchica” in un periodo di confusione, di incertezza, perfino di vuoto istituzionale. Un sentimento diffuso che oggi si trova di fronte alla tentazione di radicalizzare lo scontento e la rabbia eleggendo i capri espiatori: la Politica e i Politici, tutti e senza fare differenze, l'Europa e gli Immigrati. Anche il Presidente nel tempo ha risentito di questa deriva che ha finito per rovesciarglisi addosso, dipingendolo come il burattinaio di un teatrino e interpretando come una stanca ritualità i suoi ininterrotti appelli all'interesse generale, al reciproco riconoscimento come condizione della tanto attesa svolta, all'unione e a uno sguardo che guardasse alla complessità locale e globale dei problemi. Qualcuno può aver pensato che quel "migliorista" del fu Pci si fosse trasformato in un occulto manovratore da "centralismo democratico" e invece è stato solo un pilastro che non ha tentennato nel terremoto. Adesso se ne va e il terremoto è lungi dall'essere placato.

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