Vietato dire non ce la faccio più

All’hospice giorni di dolore e di amore per Paolo e Patrizia

28.09.2015 - 11:21

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L'hospice è una struttura in cui ai malati più gravi è consentito vivere la fase più difficile. Diventa così una sorta di casa per il degente e i suoi familiari che hanno libero accesso al reparto 24 ore su 24 e la possibilità di dormire all'interno della struttura. All'ingresso di quello dell'ospedale di Campostaggia a Poggibonsi, in Provincia di Siena, c'è una frase proprio sulla porta: "Laddove il male ha oltrepassato i limiti, l'amore è andato più lontano". Il racconto di un hospice è infatti sempre un racconto di dolore, ma anche e soprattutto un racconto di amore. Vi si entra in punta di piedi perché la sofferenza chiede rispetto. Lungo il corridoio, in quelle stanze molte persone stanno compiendo il loro ultimo viaggio, con lo sconcerto dei familiari e con i professionisti che vi lavorano, medici, infermieri, psicologi che cercano di fronteggiare tutto questo al meglio delle proprie competenze non solo lavorative, ma anche umane.Paolo quel posto l'ha vissuto dal 20 Aprile al 27 luglio 2015, accompagnando la moglie Patrizia negli ultimi mesi di vita. Paolo ricorda ogni data con esattezza, ogni giorno degli ultimi due anni in cui ha lottato a fianco della moglie tentando di sconfiggere la malattia e in cui ha rivissuto i 29 anni trascorsi insieme. La promessa "in salute e in malattia" è stata mantenuta, Paolo non le ha mai lasciato la mano. "Quando a Milano dissero a me e mio cognato Roberto che per lei non c'era più nulla da fare, ci cadde il mondo addosso. L'unica cosa che potevamo fare a quel punto era renderle l'ultimo periodo, il meno doloroso possibile. L'hospice è servito a questo" Qua Patrizia ha ricevuto l'assistenza, la dolcezza che meritava.
In quei tre mesi di degenza è un po' come se tutto il reparto, da coloro che ci lavorano, agli altri pazienti e i loro familiari, fosse diventato una sola grande famiglia, con un'esperienza drammatica da condividere, che non è semplice spiegare all'esterno. É come dare un volto, un suono, un odore alla parola addio e sentire che però diventa meno pesante se a quell'addio ci si arriva nel migliore dei modi e mai soli. Lo scambio di battute con un infermiere, un sorriso con un altro familiare, uno sguardo di intesa che sta a significare "so cosa stai passando", significa dividere il carico di quel fardello. "Abbiamo trovato amici sinceri. E vissuto momenti persino belli, carichi di emozione, come quando Giuseppe, un ragazzo malato con cui mia moglie aveva stretto una forte amicizia, si è sposato con la propria compagna Angela, proprio in reparto, poco prima di morire. Ognuno di noi, dai degenti, ai familiari, al personale ha partecipato affinchè quel matrimonio fosse un giorno felice". Grazie ai rapporti umani che si erano instaurati, arrivare a fine giornata diventava meno difficile e regalava la speranza per affrontare un nuovo giorno, perché quando la persona che ami sta per morire, ogni giorno diventa un dono. "Ho capito in quei mesi anche l'importanza di un sostegno psicologico, delle cure palliative, non solo per i malati, ma anche per noi familiari che necessitiamo di essere preparati a quel momento. E poi per chi ci lavora. A volte mi chiedevo: chi lavora qui ha studiato per guarire le persone, invece troppo spesso è costretto a vederle morire; quanto può essere frustrante per loro? Alla morte non ci si abitua mai. Quindi loro hanno dovuto imparare una cosa in più: come accompagnare le persone verso la morte. Ecco perché vorrei ringraziare tutti coloro che abbiamo incrociato all'hospice in quei mesi". Anche per questo, Paolo e suo cognato Roberto hanno scelto di compiere un gesto di grande generosità, per ricordare Patrizia e per esprimere riconoscenza verso chi ha saputo prendersi cura di lei. Fin dal giorno del funerale hanno chiesto, anziché fiori, donazioni in favore dell'hospice. La raccolta fondi oggi sta continuando. L'esperienza di quest'uomo che ha perso la compagna di vita, la gratitudine dimostrata verso chi ha saputo assisterla, ci spinge a riflettere sul fatto che in una società dove spesso ascoltiamo racconti di malasanità, esistono anche luoghi che funzionano, dove trova accoglienza il malato, non solo come paziente ma soprattutto come essere umano.

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