Vietato dire non ce la faccio più

Roberto, l’arbitro di boxe con la protesi

29.06.2015 - 14:48

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Sentendo la storia di Roberto, non si può fare a meno di pensare alla celebre citazione di Clare Booth Luce “nessuna buona azione resta impunita”. Ma se avete la fortuna di poter scambiare con lui qualche parola, sembra vero l'esatto contrario: sta a noi trasformare le punizioni, spesso immeritate, che ci impone la vita in buone azioni, per noi stessi e per gli altri. Il 2 gennaio 2013, Roberto nasce una seconda volta, o meglio inizia quella che lui definisce “la mia seconda vita”. A Siracusa sta piovendo, un’automobile sbanda e finisce in un campo ai lati della strada. Roberto e suo fratello che assistono alla scena si precipitano a cercare di soccorrere il conducente. Nel giro di pochi minuti sulla fanghiglia slitta un’altra auto e falcia in pieno Roberto. Trasportato in ospedale il primario gli dice, quella stessa notte, che devono amputargli la gamba sinistra “sono riuscito a rimanere molto lucido e a dire che dovevano fare di tutto per salvarmi la vita”. Rifiuta di piangersi addosso, il primo pensiero è quello di impegnarsi al massimo per poter tornare a fare tutto quello che faceva prima. Questa è stata la spinta motivazionale, nei sessantasei giorni che trascorrerà all’ospedale di Siracusa, nei successivi 4 mesi trascorsi a Loiano per l’impianto di una protesi avanzatissima e la riabilitazione. “Credo che tanto del successo per essere riuscito ad accettare da subito la situazione vada alla mia famiglia. Non mi ha mai lasciato solo”. Roberto ha fatto una scelta: convogliare tutte le energie che avrebbe potuto sprecare con la rabbia verso il destino, in forza per tornare alla normalità. Certo è che la burocrazia non l’ha affatto aiutato in questo “ciò che mi addolora è che sto combattendo una battaglia legale perché oltre danno non ci sia anche la beffa. E’ assurdo che io debba lottare per ottenere un risarcimento che è un mio diritto”. Chiaramente anche la situazione economica di Roberto è cambiata dopo quel 2 gennaio. Ha dovuto mettere in liquidazione la sua ditta che si occupava di catering. La lotta che vive ogni giorno con se stesso per superare i propri limiti, quella legale contro una burocrazia spesso lenta e inefficace, non gli lasciano spazio per la collera verso l’uomo che salvò e che non l’ha mai ringraziato. “Lo tirai fuori dall’auto, illeso, eppure lui non si è mai fatto vedere. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo, ma d’altronde ognuno reagisce a modo suo. Non mi va di giudicare”. Con la persona che invece l'ha investito, mi dice “si è creata quella strana alchimia tra vittima e carnefice, anche perché è stato un carnefice involontario”. Tutto il coraggio di Roberto è stato premiato nel giugno 2014, quando per la prima volta è potuto tornare alla sua grande passione. Ha infatti ricominciato ad arbitrare la boxe ed è oggi l’unico arbitro di boxe amputato, al mondo “mi sono preso una bella rivincita col destino. Avevo scommesso su di me e avevo scommesso bene”. Oggi è tornato alla sua passione e nel frattempo cerca un lavoro che gli permetta una maggiore stabilità economica “mi piacerebbe lavorare in un negozio di sport”, programma un viaggio in Sud America con gli amici e sogna la persona con cui crearsi una famiglia tutta sua. A Roberto va anche l’incommensurabile merito di divulgare il più possibile la propria esperienza per far capire che “i dolori possono diventare opportunità, vanno interpretati come step inevitabili perché la nostra vita cambi”. Anche grazie alla pagina facebook “Roberto Camelia l’arbitro con la protesi”, invita ogni giorno le persone a lottare per i propri sogni “tutti possiamo trovarci ad affrontare un periodo buio, per i motivi più vari; nella vita, come nella boxe, può capitare di andare al tappeto, ma bisogna sempre cercare di rialzarsi”.
selenebisi@libero.it

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