Vietato dire non ce la faccio più

Matteo, il coraggio di ascoltarsi

11.05.2015 - 12:08

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Tra i tanti sogni che attraversano la vita di Matteo c'è anche quello di diventare un regista cinematografico. E la sua storia sembra proprio quella di un film, in cui il protagonista, come nelle migliori sceneggiature, deve affrontare una serie di prove per trovare se stesso. Matteo nasce e cresce come un ragazzo fortunato in una famiglia benestante. È il classico "bello e bravo", sempre pronto a compiacere le ambizioni dei genitori. "La mia felicità era legata alla loro, ma io credo che sia un po' un'equazione inversa: solo quando sei felice puoi rendere felici gli altri". In questo destino che Matteo vede già tracciato: laurearsi, fare lo stesso mestiere del padre, creare una famiglia, coltiva però in sé una grande solitudine che combatte circondandosi sempre di amici. Il sentirsi solo in realtà è per lui però la paura di dover restare ad ascoltarsi, a sentire quali sono davvero i suoi desideri. "Al liceo ero bravissimo in fisica e matematica e avevo anche un grande interesse per le discipline umanistiche. Mi avevano cresciuto con l'idea che se l'arte è fondamentale, però non ci si può campare". La scelta della Facoltà universitaria è per Matteo un momento molto difficile. "Avrei voluto fare il pubblicitario o il regista, ma non credevo ancora abbastanza in me stesso, così ho fatto la scelta che sembrava la più sicura: Ingegneria, perché ero bravo nelle materie scientifiche, perché si trova bene lavoro, perché avrei avuto la vita più facile."
Il fatto è che la strada più sicura non è detto che sia quella che porta alla destinazione Felicità. Così l'interesse per lo studio cala, cresce quello per il cinema e Matteo vive una ribellione adolescenziale in ritardo. Come in ogni copione che si rispetti arriva anche l'incidente scatenante: la separazione dei genitori. "E’ stata il vero crollo della diga, la rottura degli argini. Ho capito in quel momento che ciò che mi avevano insegnato, che il titolo di studio, la posizione sociale, guadagnare bene, non era automaticamente garanzia di felicità." E di sicuro non lo è per Matteo che appena raggiunto il traguardo della laurea triennale, non sa più cosa vuole: "L'unica cosa che sapevo era che me ne dovevo andare". Parte per Londra. In una settimana trova lavoro come commesso in un negozio di abbigliamento. "I miei amici, figurarsi i miei genitori, non capivano assolutamente la mia scelta, pensavano che stavo buttando via la mia vita. Invece è lì che ho imparato ad ascoltarmi." A Londra ritrova l'amore per la pittura che tanto aveva alle scuole medie. "Dopo 12 anni ho ripreso un pennello in mano e mi sono sentito bene. Ho avuto sempre più chiaro che le persone sono schiave dei clichés e che io non volevo più esserlo." Una volta tornato in Italia, Matteo intraprende un percorso di auto consapevolezza, fa volontariato per un'associazione che tutela i bambini. Oggi è per questa stessa associazione che lavora. Matteo non ha ancora smesso di chiedersi se la strada imboccata è quella giusta, ma ha scelto di godersi il panorama durante il cammino, lasciandosi alle spalle l'insoddisfazione, l'ansia, e scegliendo di essere invece grato per ciò che ha. Solo così, è possibile guardare davanti a noi e compiere il passo migliore. Perché se nella vita c'è un copione da rispettare, di sicuro però possiamo esserne noi i registi.

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