Vietato dire non ce la faccio più

Il peso del cognome e la passione nascosta

23.03.2015 - 13:35

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A volte il troppo amore dei genitori, quell’istinto di voler proteggere ad ogni costo, può rischiare anziché di far spiegare il volo, di tarpare le ali ai figli. E’ quello che è successo tra Alessandro e suo padre “fin da piccolo io sapevo che avrei dovuto fare l’avvocato, proprio come lui”. Un destino stabilito, come se non esistesse un’altra scelta perché, dice Alessandro “era sempre stato così. Mio nonno era avvocato, mio padre avvocato e io avrei dovuto fare la stessa cosa. Nelle aspettative di tutti. Portare avanti lo studio legale”. Alessandro vive in funzione di quel progetto che ignora non essere il proprio. Non si è mai sentito obbligato in questa scelta, mi dice, perché non ha mai neanche pensato di poter fare qualcosa di diverso, di intraprendere un cammino che non fosse quello che il cognome aveva scelto per lui. “Fin dalle elementari nei temi o alla fatidica domanda cosa vuoi diventare da grande? rispondevo sempre l’avvocato, come il mio papà”. Alessandro si iscrive al Classico ed è bravissimo. Ma scopre di avere un talento proprio in quegli anni. “Mi è sempre piaciuto mangiare, credo si veda” sorride “così il pomeriggio, tra una versione di greco e una di latino, ho scoperto quanto mi piacesse cucinare”. Il classico panino della merenda, il break dei pomeriggi di studio diventa un momento in cui sperimentare, divertirsi “così dal farcire panini nei modi più particolari, un pomeriggio mi ritrovai a cucinare la cena per l’intera famiglia”. Alessandro non sa ancora che sarà quel pomeriggio tra i fornelli a dare una sterzata alla sua vita. Dopo il diploma col massimo dei voti, si trasferisce dalla sua città natale per studiare Giurisprudenza. “L’orgoglio di mio padre quando mi accompagnò a iscrivermi! Sembrava mi fossi già laureato”. La vita da studente fuori sede permette a Alessandro di sperimentarsi ancora di più in quella passione per la cucina “casa mia era sempre piena di amici, organizzavamo cene, in cui cucinavo sempre io”. Alla spensieratezza delle serate con i colleghi di corso, al primo anno fuori da casa, inizia a sostituirsi l’ansia per gli esami “Non mi piaceva quello che studiavo. Detti quattro esami, non prendendo mai più di 24. E tutte le volte era una discussione con mio padre”. La paura del giudizio, di deludere i genitori, lo spinge a costruirsi una prigione di bugie che alimenta la sua ansia. “Iniziai a dire che davo gli esami e non era vero. Cucinavo tutto il giorno, era l’unica cosa che mi rilassava”. L’estate successiva al secondo anno di Università, quando torna a casa per le vacanze, di fronte ad un libretto che racconta la verità, è costretto ad ammettere tutte le bugie “ricordo quel giorno come il più brutto della mia vita. Mio padre si chiuse nello studio tutto il pomeriggio, quando si decise ad uscire, tra una sigaretta e l’altra mi chiese cosa pensavo di fare della mia vita”. Per la prima volta capisce cosa vuole fare davvero, per la prima volta lo dice anche a se stesso: lo chef. “Mio padre è stato mesi senza parlarmi, ma grazie all'appoggio di mia madre ha capito che la mia felicità valeva più di portare avanti una tradizione familiare”. Da allora sono passati otto anni, Alessandro ha trovato la propria realizzazione come chef e ha ritrovato anche il rapporto con suo padre “quando organizza incontri con i colleghi, mi chiede di cucinare ed è orgoglioso di me”. Alessandro ha avuto il coraggio di spiccare il volo, abbandonando rotte già tracciate per quelle nuove che oggi l’hanno portato alla felicità.
selenebisi@libero.it

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