Vietato dire non ce la faccio più

Emanuele, ritrovare se stesso in carcere

16.03.2015 - 16:46

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Capita di inciampare, capita di commettere errori. E per rialzarsi si deve intraprendere un vero e proprio percorso di rinascita. Questo è ancora più vero se lo sbaglio commesso è tanto grande da far finire in galera.
Emanuele ha riconquistato la libertà cinque anni fa, dopo un lungo periodo in carcere. Non parleremo del reato che ha commesso perché il giudizio nei suoi confronti è stato emesso e la sua pena pagata con la detenzione, anche se mi dice “Non si finisce mai di pagare anche quando si esce. Con il senso di colpa ci faccio a cazzotti tutti i giorni”.
E poi c'è tutta una pubblica opinione che quando si tratta di emettere sentenze diventa spietata, che non perdona.
“Io il mio percorso l'ho fatto, i miei anni di galera anche, ma non basta. Per tanti resto il carcerato”.
Il suo reinserimento è stato difficile, riaffacciarsi al mondo fa scontrare con realtà cambiate. Mentre per gli altri la vita è andata davanti, per chi sconta una pena è come tutto congelato: “Quando sono tornato nel mio paese, ho trovato i miei amici sposati, chi si era trasferito, chi aveva cambiato lavoro. E poi tante cose erano diverse”. L'unica finestra sul mondo per i detenuti è la televisione, l'unico tramite con cui possono capire cosa accade “là fuori”.
Emanuele ha passato anni a chiedersi cosa sarebbe successo se quel giorno, a quell'ora non si fosse trovato lì e se addirittura nascere in un'altra città o anche solo in un altro quartiere avrebbe potuto fare la differenza. “Quello che ho capito è che c'è sempre un'altra scelta. Ma io il coraggio di farla non l'ho avuto”. Perché che ci fosse un'altra scelta, un'altra strada possibile da quella della devianza, Emanuele l'ha capito solo dopo. Ecco perché il carcere ha una funzione rieducativa. Ha dato la possibilità di capire a un ragazzo che c'è sempre un'altra scelta, qualcosa che possiamo fare per correggere il tiro del nostro destino, prendere saldamente in mano le redini della nostra vita e scegliere chi vogliamo essere.
Racconta tutto lo sconcerto, l'adrenalina, la paura di quando ha varcato la soglia per uscire dal carcere. La libertà può stordire se non si è più abituati “la prima cosa che ho fatto è stata prendere un caffè al bar”. Poter compiere nuovamente quel semplice gesto ha fatto capire a Emanuele che stava riacquistando la propria vita attraverso queste piccole cose, tramite una gestualità quotidiana.
L'entusiasmo per il futuro è ciò che l'ha accompagnato negli anni della detenzione, fare progetti è ciò che l'ha aiutato a gestire il dolore. Da cinque anni per Emanuele si sono aperti i cancelli blindati, eppure di sbarre tramite cui vede il mondo ce ne sono ancora tante: quelle dei pregiudizi della gente, ma soprattutto, le più difficili da spezzare, quelle dei sensi di colpa.
Oggi Emanuele di sogni ne ha tanti: “Trovare una compagna, fare dei figli. Dare loro le possibilità che io non ho avuto”. Come se le sue vite fossero due, quella prima e quella dopo il carcere.
Buona “seconda vita” Emanuele.

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