Vietato dire non ce la faccio più

L’amore che va oltre il Dna

16.02.2015 - 12:24

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Ho capito quando ho voluto capire, quando sono stato pronto per farlo o forse quando sono stato obbligato. Luca ha dieci anni quando scopre, o meglio prende atto di quello che aveva in cuor suo sempre saputo. “Basta vedere i miei genitori, carnagione olivastra, capelli scuri, occhi scuri” sorride indicandosi i capelli biondi e gli occhi verdi. “Da piccolo quando facevo domande dicevano che somigliavo a un lontano zio, io allora tornavo tutto contento a giocare”. Poi un giorno, in quinta elementare finisce per fare a botte con un compagno, gli ripeteva “adottato, adottato”. Venne fuori che non sapeva neanche cosa volesse dire, ma che l’aveva sentito dire dai suoi genitori. Quel giorno è anche quello che per Luca significa fare i conti con la Verità. “I i miei furono costretti a dirmi che ero stato adottato, ma avrebbero dovuto comunque farlo a breve”. Inizia così un periodo non facile. “La prima domanda che mi sono fatto è stata: perché? Perché i miei veri genitori mi avevano abbandonato?”.
Non riuscire a rispondere a queste domande “chi sono le persone che mi hanno dato la vita? Perché mi hanno lasciato?” rende Luca un bambino irrequieto e triste. “Gli anni delle medie sono stato intrattabile. Poi crescendo capisci tante cose”. Forse crescere, maturare significa proprio questo, far pace con il proprio passato. “La rabbia che ho provato per anni verso i miei genitori naturali si è placata quando ho iniziato davvero a cercare di capire. Il dramma che può attraversare una donna nel momento in cui rinuncia al proprio figlio deve essere indescrivibile”. Luca inizia a vedere in quel gesto, un gesto d’amore infinito: “alla fine mi sono reso conto di che immenso regalo mi avesse fatto la donna che mi ha messo al mondo, facendo in modo che avessi tutto quello che lei non era evidentemente in grado di darmi”. Luca ha avuto una vita piena di amore, due genitori che lui descrive come splendidi: “sono loro i miei genitori perché sarà banale dirlo, ma papà e mamma sono quelli che ti crescono”. C’era sua madre ad accudirlo quando da piccolo prendeva spesso l’influenza, c’era suo padre a rimproverarlo la volta che lo trovò in motorino in due senza casco. “Abbiamo un rapporto bellissimo e ci amiamo, siamo una famiglia. Mi hanno garantito, come dovrebbe fare ogni genitore, una vita felice, forse quelli naturali non avrebbero neanche saputo come sfamarmi, ma soprattutto come amarmi”. Luca nel corso degli anni ha pensato, confessa, parlandone con mamma e papà quelli “veri”, come li chiama lui, se andare a ricercare i genitori naturali “così per sapere perché mi hanno abbandonato, chi sono, che faccia abbiano”. Ma un po’ di paura c’è ed è legittima, la paura di essere rifiutato una seconda volta: “e poi a volte mi dico che non è così importante, perché quando rido, lo faccio esattamente come mio papà, arricciando tutto il naso ed è bello perché mi rendo conto di quanto ci somigliamo”. Perché la verità è che una gestualità, un’espressione che acquisiamo da chi ci cresce è più forte di ogni somiglianza somatica. L’amore tra genitori e figli, come ci insegna la storia di Luca, è qualcosa che va ben al di là del Dna.
selenebisi@libero.it

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