Blanchard e il sogno che si avvera

Serie A

Blanchard e il sogno che si avvera

25.09.2015 - 15:17

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L’Italia del pallone si è risvegliata con la foto di Leonardo Blanchard a Berlino per seguire la sua Juventus. Ormai lo sanno tutti, che il giustiziere della Signora, l’uomo che è entrato nella storia del Frosinone regalando il primo punto della storia in Serie A, ha un pezzo di cuore bianconero. Quello che pochi sanno, fuori dai confini della Maremma, è che insieme al gialloblù dei ciociari c’è anche il biancorosso di Grosseto. Tutti oggi mostrano il selfie dell’Olympiastadion, a pochi interessano invece gli scatti di Leo in tribuna allo Zecchini, negli ultimi anni, quando la sua squadra non giocava, oppure lui era squalificato. Ci ha sperato un sacco di volte, lui, di vestire la casacca unionista. Si chiama Blanchard di cognome perché il nonno, francese, scelse di vivere sulle sponde dell’Ombrone per amore. Ma Leo è grossetanissimo: babbo, mamma e fratello vivono e lavorano in città, e pure lo stopper torna a casa ogni volta che può. Lo fa assieme alla fidanzata Fulvia Sani, grossetana pure lei, per raggiungere la famiglia e gli amici di sempre, come il bomber del Roselle Matteo Cosimi. Era accanto a lui, a giugno, alla festa del Roselle, per brindare insieme alla società di patron Ceri, vincitrice del campionato di Prima categoria.

Già, Prima categoria. Dalla Serie A ai campetti di periferia il passo è enorme e può far girare la testa, anzi quasi sempre fa girare la testa, eppure Blanchard è rimasto saldamente legato alla sua terra, passeggiando per tutta l’estate sul lungomare di Castiglione della Pescaia o ballando in un locale, con gli amici di sempre. E’ diventato un uomo, Leo. Anagraficamente, è nato il 6 maggio 1988, ma non solo. E dire che dalla Maremma partì poco più che bambino: era uno dei prospetti del florido settore giovanile del Sauro, lo prese il Siena. La storia che si racconta a Grosseto è che una notte in discoteca con Legrottaglie mandò Perinetti su tutte le furie: verità o leggenda, l’allora direttore sportivo bianconero fece iniziare al difensore un tour in mezza Italia. Prima la vicina Sangimignano, poi le più amene Valle del Giovenco, Pergogrema, Pavia e Salò. Leonardo non molla. Cresce, lavora, migliora e aspetta. Aspetta anche una telefonata dal Grifone, che però non arriverà mai, nonostante i consigli di Luca Galletti.

Il bacio del destino, invece, giunge dalla Ciociaria. Ed è il bacio del vero amore. Frosinone chiama, Blanchard risponde. Il resto è storia recente, con il doppio salto dalla C1 alla A, o recentissima, l’inzuccata imperiosa dello Juventus Stadium. Primo gol in Serie A. Primo punto del Frosinone. Una notte da libro delle fiabe, un day after da vivere tra mille messaggi e telefonate di complimenti. Non parla, Leo. O meglio, non lo fanno parlare. Lui chissà quanta voglia avrebbe voglia di raccontare la sua gioia in tutte le lingue e a tutti i giornali del mondo, specie a quelli della sua Grosseto, ma l’ufficio stampa del Frosinone non accetta interviste telefoniche: “Lo hanno chiamato in troppi, abbiamo deciso di non mandarlo neppure a Tiki Taka”. Stranezze della vita e dello sport, magari qualcuno crede che se Leo sta zitto il suo silenzio aiuterà a battere l’Empoli.

Restano le sue parole ai microfoni di Sky e nel dopopartita. Restano le parole che raccontano un sogno cullato fin da bambino, “quello di sognare alla mia squadra del cuore”, e che si è avverato. Un sogno che dà benzina a una missione difficilissima, la salvezza del Frosinone. “La mia rete è stata una liberazione - sussurra - Ci siamo finalmente sbloccati ed è arrivato anche il primo punto in serie A. Averlo colto allo Juventus Stadium ci dà morale e spinta per il futuro. Sapevamo che contro la Juventus sarebbe stato difficile, come avrebbe potuto non esserlo? Ma siamo venuti qui con umiltà e abbiamo messo tanto impegno in campo. Alla fine penso che il pareggio è stato più che meritato”. “Occorreva contenere i bianconeri per poi cercare di ripartire per impensierire la loro retroguardia - insiste il difensore - Nell’intervallo il nostro allenatore ci ha semplicemente detto che dovevamo continuare a giocare come avevamo fatto nel primo tempo. Poi ci siamo ritrovati sotto, ma non abbiamo mai mollato”. Infine, la dedica. “Alla mia famiglia, agli amici di sempre, alla mia fidanzata Fulvia”. Quanto Grosseto, nella magica notte dello Juventus Stadium, nella notte del ragazzo maremmano che sognava di far gol alla sua Juventus.

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