Addio isole felici

Addio isole felici

16.12.2014 - 16:37

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La ’ndrangheta sta vincendo la criminale corsa tra le tante forme di organizzazioni mafiose che soffocano l’Italia. Vince per la solidità della sua struttura clanica, fondata sui vincoli di sangue delle ’ndrine che hanno reso assai rare le collaborazioni dei singoli affiliati con la giustizia; vince in quanto ha saputo riconvertirsi meglio e più rapidamente delle altre mafie dal mercato dei sequestri di persona a quello della droga, dell’edilizia e del riciclaggio del denaro mettendo in relazione, grazie ai flussi migratori, la base locale con un sistema criminale globalizzato, dalla Germania al Canada, all’Australia; vince perché è stata capace di adattarsi come un guanto alla crisi economica nazionale, approfittando delle difficoltà che vivono alcuni settori, come quello delle costruzioni, asfissiato dall’irrigidimento dell’accesso al credito delle banche: e la debolezza chiama il bisogno di protezione e lì può scattare con maggiore incisività il ricatto criminale del prestito d’usura o la vera e propria truffa con false fatturazioni funzionali a ripulire il denaro sporco.

Sia chiaro: siamo davanti a una grande questione nazionale che ormai unisce, seppure con diversi gradi di intensità del controllo sociale, il sud e il nord della penisola. Di conseguenza, per quale ragione il cuore verde dell’Italia, l’Umbria, avrebbe dovuto costituire un’isola felice? E infatti non lo era. La scorsa settimana lo ha definitivamente rivelato l’operazione “Quarto passo” dei carabinieri del Ros, coordinati dalla procura antimafia di Perugia, grazie alla quale sono state arrestate oltre sessanta persone e sequestrati beni per trenta milioni di euro, a riprova delle “diffuse infiltrazioni nel tessuto economico sociale” dell’Umbria e dei “saldi collegamenti” con le cosche calabresi di origine. I reati contestati riflettono l’ampio spettro dei reati tipici dall’associazione mafiosa, una vera e propria “holding criminale”: dall’estorsione all’usura, dal traffico di stupefacenti allo sfruttamento della prostituzione e al condizionamento del settore edile, che in Umbria continua a vivere una fase recessiva sia nel comparto privato che in quello delle opere pubbliche. E’ significativo che i proventi illeciti della ’ndrangheta fossero reinvestiti, attraverso dei prestanome, non soltanto nei tradizionali settori dell’intrattenimento e della ristorazione, ma anche nei nuovi buisness del fotovoltaico e della green economy, ossia in uno dei pochi ambiti che, malgrado la crisi, tuttora gode di sovvenzioni economiche pubbliche. L’inchiesta umbra segue di pochi giorni quella romana ma una differenza tra le due realtà balza agli occhi. Se è vero che nella capitale l’accusa di mafia dovrà reggere il vaglio dei diversi gradi processuali e alcuni studiosi del fenomeno, come lo storico Salvatore Lupo, nutrono forti perplessità perché non è corretto definire come mafia qualunque sodalizio criminale, certamente nella vicenda romana colpiscono la commistione con la politica e con la pubblica amministrazione e la trasversalità dei legami (destra/centro/sinistra) posti in essere nella zona grigia del “mondo di mezzo”. In Umbria, invece, siamo certi di trovarci davanti a un sistema mafioso, ma l’inchiesta ha constatato l’assenza di legami con il mondo della politica e della pubblica amministrazione, come ha sottolineato il procuratore nazionale antimafia Federico Roberti, il quale ha aggiunto che anche “gli imprenditori hanno collaborato con gli inquirenti dando un segnale per altre regioni”. Un’ottima notizia che deve costituire un punto di orgoglio, ma al tempo stesso di rilancio dell’azione di lotta alla mafia su scala nazionale perché il pericolo peggiore, da parte della politica, come ha notato Roberto Saviano, è quello di far scattare un riflesso difensivo, che tende a sottovalutare o addirittura a negare il fenomeno per difendere il buon nome della propria terra. A questo proposito è stato importante che l’attuale Parlamento abbia per la prima volta introdotto nel nostro sistema penale il reato di autoriciclaggio, cioè il riciclaggio di denaro compiuto dalla stessa persona che lo ha ottenuto in maniera illecita e che costituisce da sempre un ponte invisibile, ma solidissimo tra la criminalità organizzata e la società civile. Questo è il ponte che deve essere abbattuto e le notizie provenienti dall’Umbria sono una speranza da non disperdere.

miguel.gotor@senato.it

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