Il Sud del Sud

Il Sud del Sud

05.08.2015 - 15:20

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Basta con il piagnisteo, dobbiamo fare di più, ma l’Italia è ripartita, dice il presidente del Consiglio. Mi addolora, risponde Roberto Saviano, che raccontare la tragica situazione del sud Italia sia così facilmente definito “piagnisteo”. Uno scambio di battute tra il premier della speranza e lo scrittore di Gomorra riporta l’attenzione su una ferita aperta del nostro presente e della nostra storia. Una volta sarebbero scesi in campo i “meridionalisti” con tomi ponderosi e arringhe appassionate dagli scranni del Parlamento. Oggi si viaggia più rapidamente, una lettera sui giornali, un tweet di risposta. Ma la questione resta lì, un macigno che non si sposta, anzi sprofonda con una fatalità che i dati confermano impietosamente. Negli ultimi quindici anni la crescita del Sud è stata la metà di quella della Grecia. La comunicazione, come sappiamo, genera titoli e i titoli hanno la virtù e il vizio di enfatizzare, con un rischio, che passato il rumore, tutto torni ad acquietarsi e si continui nel tran tran dell'impotenza, dell’inerzia e della rassegnazione. E' significativo che Saviano, certamente l’intellettuale che in questo momento più rappresenta la concrezione malata dei problemi di un pezzo del Paese, torni a reclamare un impegno del governo che non sia episodico e rompa con le eterne logiche assistenziali su cui hanno proliferato la corruzione e gli interessi più biecamente clientelari. Cita Calogero Sedara, il personaggio del Gattopardo che approfitta dell'Unità per surrogare una nobiltà ripiegata su se stessa. Cita l’emblema di un Sud che non rompe il cerchio della subalternità, vi si incista e vi trae il nutrimento per replicarsi da una generazione all'altra. Renzi risponde come ci si aspetta da lui. Con una battuta sbrigativa, certo, che guarda avanti, che vorrebbe spostare l’orizzonte e riportare l'annosa questione dentro un processo di sviluppo e rinnovamento che riguarda il Paese tutto. Se riparte la locomotiva, la logica è questa, tutti i vagoni seguiranno. Posizioni legittime. Il vento in poppa del Presidente del Consiglio, l'amarezza da game over di Saviano. Posizioni che dovrebbero innescare un dibattito, la profondità di un dibattito che sposti finalmente l'ottica da cui da più centocinquanta anni si guarda al Sud, oltre le Casse del Mezzogiorno, gli interventi speciali, la industrializzazioni a forza di cattedrali nel deserto, tutte ineluttabilmente fallite, con code ancora drammatiche e devastanti. Serve un dibattito nazionale e non per aggiungere chiacchiere a chiacchiere, ma per dar conto di una mobilitazione culturale e politica che sia capace di ricontestualizzare il grande problema e toglierlo una volta per tutte agli equivoci, agli alibi, alle false coscienze, alle rendite di posizione. Servono un cambio di paradigma e una discontinuità. E' vero che le cose cambiano avviando processualità di lunga durata che richiedono sedimentazioni di anni e anni, in modo da farsi coscienza individuale e collettiva. Intanto, però, occorre dare un segnale forte che dica se l'Italia deve continuare a due velocità con il rischio di frantumarsi e di non reggere al differenziale, oppure deve far forza sulle risorse umane, sociali, culturali del Sud e metterle in condizione di essere protagoniste attive, oltre la resa ai piccoli e grandi poteri che vivono della decadenza e dello sfascio, della disoccupazione e del degrado della vita. Non c’è alternativa e nessuno si può nascondere dietro il dito, neanche di un grido di dolore che si immagina ultimo o di un'intemerata-tweet del Premier sulle magnifiche sorti e progressive del Paese. No, bisogna mettere le mani dentro il groviglio delle connivenze e delle latitanze, e ridare dignità allo Stato - al di là della testimonianza coraggiosa di tanti che si battono sul fronte della legalità - e decidere una volta per tutta che un terzo del Paese non può essere lasciato allo strapotere endemico di uno Stato parallelo che, nel frattempo, ecco la novità più inquietante, si sta riconvertendo e da locale si fa nazionale e, ancor più, globale. Ecco, ho il sospetto che l'errore di prospettiva stia tutto qui. Continuare a pensare al Sud come a una contraddizione geografica, quando il Sud, la piovra mortifera e invisibile del Sud, da un lato, si sta allargando al Paese e ridisegna l’assetto dell'economia parallela del crimine, a cominciare dalla droga e dalla cascata di capitali che genera, dall'altro continua a presentarsi e a essere percepito come una zavorra bloccata su se stessa. Un doppio asse, dunque, ridare forza e dignità a chi oggi è stanco e rassegnato, e al tempo stesso intervenire sulla metastasi che sta corrompendo il tessuto profondo del Paese, in un connubio maleodorante con le congreghe di una politica che spesso lavora solo come intermediaria dei propri interessi. Il Sud è Mafia Capitale, è il Mose di Venezia, è gli appalti dell’Expo... E' banale dire che la questione del Sud è una questione nazionale. E' banale ma purtroppo è reale, mentre un altro Sud in cerca di futuro sbarca sulle coste del Meridione e ci dice che già oggi il Sud è l'approdo del Sud del mondo e che l'ultima cosa da fare è aggiungere una fatalità a un'altra fatalità.

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