La virtù e il ricatto degli accordi

La virtù e il ricatto degli accordi

15.07.2015 - 16:02

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Estate di accordi. Arrivano a conclusione due trattative difficili e tortuose, quella fra Unione Europea e Grecia e quella fra le potenze del mondo e l'Iran sul programma nucleare. Si chiudono o sembrano chiudersi due fascicoli tormentati che, in modo diverso, hanno a che fare con il futuro globale. Tutto ha ruotato attorno a due spettri, la bomba atomica dell'Iran e la Grexit. Da un lato, il rischio che una potenza dello scacchiere mediorientale accedesse a un'arma in grado di destabilizzare il quadro geopolitico, dall'altro, il pericolo che attraverso l'uscita della Grecia franasse l'Europa. Due spettri, rispetto ai quali gli accordi firmati mettono un paletto che, se rappresenta un risultato rassicurante, rivela un'ambiguità su cui è il caso di riflettere.
Va subito detto che la strada degli accordi è comunque da preferire a ogni altra. Meglio chi ci si sieda per mesi e per anni attorno allo stesso tavolo, a costo di faccia a faccia ruvidi e intemperanze reciproche, piuttosto che si abbandoni la linea della trattativa per fronteggiamento duro che può preludere solo allo scontro. Accordarsi è fondamentale, poi bisogna vedere su cosa e come sia stato raggiunto l'accordo. Molti hanno plaudito alle decisioni assunte a Bruxelles, un accordo di buon senso, evitato un salto nel buio. Altri hanno puntato il dito su Tsipras, il premier greco, che avrebbe ceduto alla forza del blocco più intransigente dell'Ue. A distanza di qualche giorno, appare chiara l'asimmetria dell'accordo, la sproporzione drammatica tra le condizioni imposte e quelle di chi lo ha accettato. E appare altrettanto chiaro che leggere la questione come un cedimento di Tsipras è solo una consolazione per i populisti che non guardano alla realtà delle cose, perché la realtà delle cose dice che l'Europa è diventata un'armatura di acciaio in cui è soffocante entrare e da cui è ancora più terribile tentare di uscire. Una trappola in cui la dimensione economico-finanzia non accompagnata e guidata da un'intelligenza politica rischia di ridurre - se non l'ha già fatto - il sogno europeo a un diktat e all'automatismo di parametri che, chiamateli austerità o regolarità dei bilanci, possono schiantare un paese. Non si tratta di assolvere la Grecia, che ha fra le sue responsabilità quella non lieve di essersi indebitata in modo spropositato e incosciente, vanificando in parallelo ogni possibilità di crescita e sviluppo. Si tratta, piuttosto, di prendere atto di un verdetto spietato che sembra dettato dalla oggettività delle cose, e cioè dalla preponderanza degli interessi e delle posizioni di forza acquisite, senza che si affronti minimamente il tema di ciò che vorrebbe dire stare insieme all'interno di quella che dovrebbe essere una comunità e non semplicemente un aggregato di soggetti in cui domina la legge del più forte, la legge dei creditori che schiantano i debitori. Oggi sapremo se il Parlamento greco ratificherà l'accordo. Prevarrà la disperazione della real-politik o l'orgoglio e la dignità, anche a costo della speranza? Quanto all'Iran, ascoltiamo un coro di soddisfazione, con l'unica, rovente, eccezione di Israele, che nella corte degli ayatollah vede l'Impero del Male. L'accordo stabilisce la fine delle sanzioni internazionali - a parte quelle riguardanti i diritti civili - blocca l'arricchimento dell'uranio e fissa una serie di controlli che, nel momento in cui verifsero infrazioni, porterebbero alla fine dell'accordo stesso entro due mesi. Inutile girare intorno alle parole, stiamo parlando delle armi atomiche. E' positivo che con l'Iran sia stato raggiunta un'intesa che permette di affrontare la questione e di spostarla, intanto, di dieci anni. Diciamo che, se va bene e se le falle presenti nell'accordo non lo vanificheranno, si è stabilizzato il quadro anche se a tempo determinato. Se va bene, si abbassa la temperatura che poteva diventare incandescente e una tangente catastrofica rientra nella circonferenza del confronto e del dialogo, in particolare con il regime islamico sciita dell'Iran, dove sarebbe stato deleterio non assecondare, con tutte le cautele del caso, il processo "riformista" rispetto alla linea più integralista. Ricordate il presidente Ahmadinejad? Sì, va bene. Ma la sensazione è di stare seduti su un ordigno a orologeria che va oltre la questione iraniana. Oggi, la bomba atomica - oltre che nelle mani di Stati Uniti e Russia- è in quelle di Francia, Inghilterra e, non aderenti al Trattato di non Proliferazione Nucleare, di Pakistan, India, Corea del Nord e Israele (che non ha mai confermato o negato il possesso delle armi nucleari). La tecnologia per costruire la bomba è ormai accessibile a tanti e l'uranio per chi lo cerca è sostanzialmente disponibile. Vale la pena di chiedersi se queste due variabili possano essere messe sotto un controllo perpetuo o se siamo di fronte a uno scenario che di qui a qualche anno diventerà terribilmente ingovernabile. La Grecia e l'Iran ci ricordano la fragilità del presente e del futuro.

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