La bolla dei media e della politica

La bolla dei media e della politica

24.06.2015 - 13:58

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La strage nella chiesa di Charleston è un motivo di riflessione anche per noi. E lo è anche l’intervista che il Presidente Obama ha rilasciato in un podcast. In America il razzismo è una questione secolare, ha una storia che si è stratificata in poteri, in comportamenti e in visioni del mondo. Ma una storia non è qualcosa di immobile, è un processo in divenire in cui le lunghe durate si intrecciano con cambiamenti che possono sembrare insignificanti e le svolte derivano da graduali sedimentazioni fino a produrre delle rotture. Con l’impressione ricorrente di un avanti e indietro che fa concludere sommariamente che le cose non siano cambiate. Obama dice che se soltanto si pensasse a quale era la condizione dei neri cinquanta o sessanta anni fa, si misurerebbe quanto la realtà sia andata avanti, c’è stata Selma, c’è stato il riconoscimento dei Diritti Civili, non ci sono più le adunate degli incappucciati bianchi del Ku Klux Klan con le croci infuocate e i neri impiccati, e tuttavia questa non è una consolazione perché continuano ad accadere eventi che dicono quanto la contraddizione resti profonda e produca accadimenti terribili. Nessuno pronuncia più la parola nigger con la facilità proterva e discriminatoria di un tempo e tuttavia la questione resta lì e bisogna continuare a lottare.
Il Presidente aggiunge una considerazione: c’è una grande differenza tra il sentire della gente e la rappresentazione del Paese che viene dalla politica, dalle lobbies e dai media. E’ interessante, Obama parla di una divaricazione su cui sarebbe il caso che riflettessimo anche noi. Quanto è attendibile il discorso della politica, con le sue divisioni, gli schieramenti, le prese di posizione? Quanto è un teatrino del tutto autoreferenziale e corporativo? E quanto ci dobbiamo fidare della costruzione della realtà che viene dai mezzi di comunicazione? Se guardo Fox Television e leggo il New York Times, sottolinea Obama, mi trovo davanti a rappresentazioni del tutto diverse. E’ chiaro che questa divergenza per il Presidente pone il problema di una doppia distanza, quella che le rappresentazioni hanno nei confronti della realtà e, dunque, quella che è necessario avere verso le scene politico-mediatiche che ci troviamo di fronte.
Ci vuole poco per spostare queste osservazioni nel nostro contesto. Vediamo ogni giorno i rituali di una politica che accentua le contrapposizioni e non esita a spingere sull’acceleratore della demagogia e vediamo come l’insistenza mediatica si traduce nella percezione di un paese che è diventato una fortezza traballante che si sente assediata da ladri, assassini, torme di migranti fuori di qualunque controllo. E’ una politica che non ha rispetto per se stessa, che demonizza sempre l’avversario, che rifiuta il dialogo e tratta le posizioni diverse dalle proprie come menzogna e falsità. Una politica che irride, che conia slogan e battute con cui alimentare titoli di testa e che strumentalizza un problema per fare operazioni terroristiche, sì un terrorismo del terrorismo, e rifiuta la complessità in nome di semplificazioni triviali. Una politica che si è fatta risucchiare dalla televisione e una televisione che non si è resa conto che ha svenduto la terzietà che dovrebbe avere l’informazione all’urlo del più forte e alle percentuali dell’Auditel.
Se vale per gli Stati Uniti, figurarsi per un Paese come il nostro che non ha antidoti consolidati, che si tratti del senso generale dello Stato o di una condizione intellettuale capace di pensarsi in autonomia e non come anello del potere, di una borghesia che non si sia fatta metabolizzare da un ceto medio che la crisi fa rattrappire su se stesso sotto la minaccia di un’incipiente povertà o di presidi forti come possono essere la scuola e la famiglia, oltre i pregiudizi, i massimalismi, le difese a senso unico, il no comunque e in ogni caso, il lamento a oltranza eccitato dalle telecamere. Se una questione si pone alla nostra democrazia - e, in generale, alla democrazia - è saltare fuori da questo circuito vizioso e viziato tra politica e comunicazione, ricostituire un tessuto di relazioni che i blog e i social network stanno riducendo a simulazioni insignificanti. E non accettare il gioco, rifiutarsi a partecipare alle messe in scena e ai rituali. Lo sto scrivendo su un giornale, lo so, e faccio un mestiere che mi porta in televisione. Sto nella contraddizione e provo - provo! - a scrivere e dire parole non consumate.
guidobarlozzetti@tin.it

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