Da Lampedusa a Ventimiglia

Da Lampedusa a Ventimiglia

17.06.2015 - 13:28

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Dopo Lampedusa, Ventimiglia. Il punto di attrito della migrazione si è spostato, adesso la scintilla che può deflagrare in modo drammatico si trova al confine tra Francia e Italia. Se prima avevamo qualche dubbio, ora è chiaro che la questione dei migranti si identifica con la questione dell’Europa. La Francia blocca i flussi dei cosiddetti irregolari e il risultato sono le scene che abbiamo visto: la gente letteralmente aggrappata agli scogli, stipata nella stazione, trascinata a forza sul pullman che sfoggia l’insegna della Croce Rossa. Il ministro francese che ci ricorda che “L'Italia deve fare da sola” e Renzi che attacca gli atteggiamenti muscolari dei paesi europei e dice che “Faremo da soli”. E’ evidente che si tratta di un risultato catastrofico. Dice di un’Europa che continua ad essere fatta di stati nazionali che applicano il trattato di Shengen e lo usano per chiudere le frontiere. Dice di un'Italia che si trova esposta all'ondata che arriva dall'Africa sub-sahariana e dai disastri del Medio Oriente e non riesce a trovare una modalità coerente e univoca che coniughi sicurezza e solidarietà. I migranti che si attaccano agli scogli sono la manifestazione emblematica di un cortocircuito in cui insieme al senso di responsabilità latita l'insieme dei valori su cui qualunque edificio che si richiami all'Europa dovrebbe fondarsi. Alla fine, di fronte ad un'emergenza a cosa assistiamo? All'ognuno per sé e Dio per tutti, affari vostri non ci riguarda e ai migranti che resistono sulla scogliera di Ventimiglia. Intanto, si infuoca il dibattito nazionale. Il dibattito? Direi piuttosto propaganda elettorale e urla che alimentano la percezione collettiva di un disastro e di un'invasione che ormai ha sfondato le porte e assedia le case. Un Paese serio non si spaccherebbe e non si lascerebbe andare alle risse e agli insulti, cercherebbe di trovare un minimo comune denominatore a partire dal quale affrontare un problema che non è contingente e congiunturale. Il termine epocale va usato con parsimonia, e tuttavia di questo si tratta, di un movimento che nasce dalla combinazione esplosiva della fame, delle guerre, delle intolleranze etniche e religiose, da storie di cui ci siamo dimenticati, e lo dico non solo per ricordare un senso di colpa che finisce paradossalmente per diventare un alibi. Scrivo e ho l'impressione di ripetere cose già dette, come se ormai avessimo consumato la voglia di capire e di confrontarci e non sapessimo fare altro che rifugiarci e nasconderci dietro i luoghi comuni, i soliti, la sicurezza, la solidarietà, giocati l'una contro l'altra, i poveri di casa e quelli che arrivano da fuori gli uni contro gli altri, il giardino di casa mia, l'Europa come panacea o come fortezza impenetrabile. A fronte di tutto ciò, vanno in scena le riunioni a Bruxelles in cui le formule delle bozze di un possibile provvedimento comune sulla questione stanno attente a bilanciare le parole e producono giri di frase in cui la cautela è pari alla preoccupazione di salvaguardare il proprio perimetro. Non so se basti alzare la voce, siamo un Paese fragile e debole, un vaso di coccio fra quelli di ferro e, dunque, le nostre lamentazioni potrebbero entrare da un orecchio e uscire dall'altro. E allora ha senso continuare in questo estenuante teatrino, in un gioco delle parti che erode la nostra credibilità, esaspera la gente - e gli effetti si vedono nei risultati elettorali - e ci lascia in balìa degli accadimenti? Decidere, bisogna decidere, e non con uno slogan o un proclama d'occasione. Delle due l'una: o l'Europa fa l'Europa oppure, d'accordo, facciamo da soli, ma facciamo da soli, veramente, schiena dritta e mani nell'emergenza, capacità di coordinamento e iniziative anche unilaterali sul piano della politica estera. So soltanto che ci sono due scene da cui ricominciare. La prima, che non vorremmo più vedere, dei migranti abbarbicati sugli scogli di Ventimiglia, l'altra, la gente della città che si è mossa e ha portato aiuto perché "sono esseri umani" e "hanno bisogno". Alla fine, la verità è molto semplice, o di qua o di là, senso di comunità oppure quella dizione insopportabile che continua a parlare degli "extracomunitari", e cioè di coloro che sono fuori dalla nostra comunità. Vale per la politica e per la nostra coscienza. E senza la coscienza individuale e collettiva la politica non va da nessuna parte.

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