Il deserto dei tartari

Il deserto dei tartari

03.06.2015 - 13:44

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Confusione. E' questa l'impressione che resta delle elezioni regionali e dei risultati. Confusione e, subito dopo, voglia di capire, se ci si riesce, e di distinguere in un panorama inedito e in movimento. Things change, le cose cambiano, diceva il titolo di un film di David Mamet che ebbe un certo successo, e domenica scorsa le cose sono cambiate, o meglio abbiamo avuto la certificazione che nel cielo non ci sono affatto, se qualcuno ne fosse ancora illuso, le stelle fisse. Il dato più preoccupante. Più o meno metà dell'elettorato non ha votato. Sappiamo la diagnosi, disaffezione verso una politica percepita come un fortilizio autoreferenziale e dedita ai suoi affari che non sono l'interesse generale ma di pochi, della casta. La rinuncia perché tanto è inutile, non cambia nulla e il mio voto sarebbe solo una goccia in un mare perverso in cui si dissolverebbe senza lasciare traccia. Come a dire, ho tanti problemi, fatico a sbarcare il lunario, nessuno si ricorda di me, non mi rompete le scatole.. L'altra metà ha votato. Lo sappiamo e ce lo hanno ripetuto, sono elezioni regionali, ogni regione con la sua specificità, con l'individualità e le storie dei suoi candidati, quindi difficile fare paragoni e confronti con le elezioni precedenti. D'accordo, però un segnale, anzi una caterva di segnali sono arrivati e sarebbe demenziale fare finta di niente, come se nulla fosse successo. Ricominciamo da dove eravamo, la barca, quale?, va avanti. No, qualcosa è successo e i numeri alla fine si presentano con una evidenza incontrovertibile. Certo che è un segnale per il governo. Il Partito Democratico non solo non sfonda ulteriormente rispetto al 40% e passa di un anno fa, va bene erano le europee.., ma arretra e la schiera dei candidati, quelli che hanno perso e anche quelli che hanno vinto, si presenta con differenze interne e profili diversi, spesso contraddittori, non in linea in ogni caso con la classe dirigente che forse il Presidente del Consiglio auspica. C'è una vistosa sfasatura tra il centro e la periferia, che dice di una frammentazione, di un pulviscolo o se preferite un grumo di situazioni locali aggrovigliatesi negli anni che riesce difficile sbrogliare e che poi dimostrano una loro cogenza e producono scollamento, fratture, antagonismi, difese del proprio orticello, malmostosità e incazzature. La questione cosiddetta della minoranza all'interno del Partito Democratico è una questione strutturale che non può essere affrontata con proclami né lasciata a un logoramento nefasto e senza fine. Il Partito Democratico deve guardarsi in faccia e decidere della propria identità, non si può essere il partito di tutti e, se lo si vuole, essere bisogna essere conseguenti fino in fondo. Parliamo per primo del Partito Democratico perché resta il partito di riferimento e maggioritario, dunque è interesse di tutti che lì ci sia un chiarimento e una riflessione profonda su quello che è successo al di là della schiacciasassi rottamatrice. Poi, ci sono i botti che fanno traballare tutto. L'avanzata della Lega e di Salvini e la conferma, ancorché con qualche perdita, del Movimento Cinque Stelle. Botti clamorosi che dicono semplicemente che non solo un italiano su due non va a votare, ma che tanti di quelli che ci sono andati non ne possono più, che sono sensibili alle voci più rumorose che non vanno per il sottile e gridano la necessità di un cambiamento radicale: via dall'Europa, blocchiamo i migranti sulle coste della Libia, scarichiamo i campi rom, reddito di cittadinanza per tutti, abbassiamo le tasse.. Voglio essere chiaro, se posso, la Lega salviniana e il Movimento Cinque Stelle non sono la stessa cosa, ma dicono in modo diverso di uno stesso malessere con cui bisogna fare i conti. Non serve demonizzare e non serve nemmeno rifugiarsi nei luoghi comuni della difesa della democrazia e dell'antipolitica. L'Italia è stanca, confusa e divisa, e molto difficile è ricomporre in questo momento una carta della politica coerente, anzi la sensazione è di trovarsi di fronte a tangenti che vanno per loro conto, a smottamenti e a muri che si alzano. Sarebbe persino banale richiamare tutti al senso della responsabilità, che non guasta mai, intanto però sarebbe il caso, ognuno per conto suo e con se steso, di fermarsi un attimo, a bocce ferme, di guardarsi intorno, di interrogare il proprio vissuto e magari di confrontarlo con la piena mediatica che ogni giorno ci si rovescia addosso e che forse genera una sfasatura che può essere inquietante tra la realtà e l'immagine che ne riceviamo. Non sto dicendo che i media distorcono e estremizzano, sto dicendo che siamo dentro una rappresentazione della realtà e che la peggiore cosa che si può fare è generalizzare e fare di ogni erba un fascio. Vale anche per l'Umbria che è sempre verde, ma che forse è un poco meno rossa di sempre e sarebbe sbagliato se qualcuno si illudesse di avere ricompattato il fortino. No, la tempesta c'è stata e ci sarà ancora e potrebbe accadere di affacciarsi un giorno dagli spalti e vedere il deserto dei tartari.

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