La capitale disumana

La capitale disumana

13.05.2015 - 13:03

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Una taxista stuprata, l’aeroporto di Fiumicino che va a fuoco, un campo abusivo di eritrei buttato giù con la ruspa.. La cronaca quotidiana dipinge un’immagine devastata della capitale. Mentre il Papa annuncia l’anno giubilare, Roma fa notizia per un degrado che sembra generale e preoccupante, e riguarda le condizioni di vita, la sicurezza e l’equilibrio che dovrebbe assicurare una convivenza. Non è il caso di generalizzare, va sempre ricordato, la casualità delle notizie che si accumulano l'una sull’altra non produce di per sé una verità né costituisce una sentenza. Possono essere episodi, d'accordo, però ognuno, anche se scollegato dagli altri, significa qualcosa che rimanda a un problema, a un nodo irrisolto. Una scheggia impazzita, un tipo disturbato e pericoloso proprio perché invisibile, uno che non rimane impresso, così descrivono i poliziotti lo stupratore della donna alla guida del taxi. A leggere i resoconti, ci sono tanti elementi su cui la sociologia non esiterebbe a stilare conclusioni: un lavoro saltuario, la separazione, una figlia, la passione per le arti marziali e i videogiochi, le testimonianze perplesse di chi lo ha sfiorato. Un quadro tutt'altro che infrequente e che racconta, certo, delle difficoltà del vivere, del deterioramento dei rapporti familiari, acuito dalla mancanza di un lavoro stabile e di un carattere che si inasprisce e si perde in un contesto sempre più difficile. Da qui allo stupro il passo non è per nulla automatico. E non sta certo a noi ricostruire se ci sia una catena che lo ha favorito o se invece tutti i problemi si siano improvvisamente concentrati in quello che in mancanza d'altro, quasi fosse un alibi dell'inspiegabile, viene chiamato raptus. Possiamo solo prendere S.B. come il picco di un diagramma impazzito, il suo personale, fuori controllo e esasperato al punto da aggredire una donna e a rovesciarvi nel modo più brutale tutte le sue insicurezze e i suoi fallimenti, facendo della virilità la prova della propria esistenza e di un residuale potere che per manifestarsi violenta. E' accaduto, come accade in tante città, ma a Roma ci lascia con l'impressione di un atomo dalla traiettoria ingovernabile in un pulviscolo degradato che, senza sociologia, rischia di risucchiare la quotidianità di tante zone metropolitane, lontane dalle griffes e dai monumenti del centro storico. E in quelle zone ci portano le immagini dell'abbattimento di un campo profughi. Abusivo, certo, formalmente con le ragioni che hanno giustificato la decisione del Campidoglio. E, però, colpisce la ruspa che butta giù quei ricoveri di mattoni, che sfascia tetti e masserizie mentre in silenzio gli occupanti, quelli che non sono scappati per la paura, guardano la distruzione delle loro baracche e del poco che avevano. Ricorda quello che è successo a Gaza, quando gli israeliani nelle loro rappresaglie buttavano giù le abitazione dei terroristi o delle loro famiglie. Ricorda una violenza che non può essere una soluzione e ci mette di fronte al corto circuito delle nostre politiche di accoglienze. spesso incerte fra una tolleranza che abbandona i migranti al loro destino e una muscolarità che non risolve nulla e sembra solo un gesto propagandistico del quale restano soli i calcinacci e le rovine. Eppure accade e probabilmente continuerà ad accadere, mentre non arretra di un passo, anzi, il risentimento dei residente e del popolo dimenticato delle periferie e la ferocia di chi lo alimenta soffiando sugli istinti più immediati e selvaggi. Il buco sta nella politica, locale e nazionale e non basta agitare il ritornello dell'Europa che se ne frega. Non siamo in una contingenza, siamo in una deriva epocale che ci chiama in causa e ci obbliga a ripensare i nostri squilibri e le nostre crisi nel contesto di una mutazione globale. Africa, Medio Oriente e, certo, Europa, con l'Italia che fa da ponte e non può sottrarsi o illudersi di tirare su le mura di una fortezza. Su tutto questo si è diffuso il fumo del terminal 3 di Fiumicino che ha mandato in tilt l'aeroporto e offerto al mondo un'altra immagine funesta della nostra organizzazione e della capacità di gestire un sistema complesso in sicurezza. Sarà stata la scintilla di un frigorifero a causare l'incendio, ma non può essere questo un alibi. Troppe cose non funzionano nell'aeroporto più importante del nostro paese e il sospetto è che al fondo ci sia sempre il mix di pressappochismo, di arte di arrangiarsi, di aumma aumma che presiede a scelte che dovrebbero essere invece ispirate alla qualità e all'efficienza delle prestazioni in una prospettiva di sviluppo generale e non dei tornaconti di questo o di quello. In autunno vedremo l'Aston Martin di James Bond sfrecciare tra le piazze e i le bellezze di Roma. Sarà uno spot straordinario. Facciamo in modo di renderlo credibile e di metterci intorno una città accogliente e solidale, capace di guardare con lo stesso sguardo al centro e alla periferia, orgogliosa di se stessa e non rattrappita nelle sue paure.

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