Vincere! E governeremo

Vincere! E governeremo

06.05.2015 - 12:32

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Un uomo solo al comando, raccontavano le cronache di un ciclismo glorioso nell'epoca di Coppi. Oggi, quell’uomo si è sdoppiato, per un verso è il Presidente del Consiglio che ha portato a casa l’Italicum, la nuova legge elettorale per la Camera dei Deputati, per l'altro è l’obiettivo - o lo spauracchio - a seconda dei punti di vista di quella legge. Con una fronda di una sessantina di no, l’Italicum è passato e pare difficile che il Presidente della Repubblica si metta di traverso e non controfirmi. Semmai, il fronte adesso si sposta al Senato, dove i numeri sono diversi e Renzi dovrà faticare on poco per convincere i riottosi a votare la trasformazione sostanziale del Senato e aprire quindi la strada a un bicameralismo imperfetto e con competenze chiaramente divise fra i due livelli istituzionali. Se non accadesse, il rischio è di andare a votare, quando sarà, con due leggi elettorali diverse. Resta la sostanza politica di questa legge. Al sodo, chi vince governa. Se supera il 40% ha subito i seggi per farlo, altrimenti si va al ballottaggio. Una svolta, inutile negarlo, che per Renzi significa certezza del governo, “fine degli inciuci” come ha subito ripetuto, la sicurezza di un Parlamento in cui per i cinque anni della legislatura sono certi i confini tra maggioranza e minoranza e non c'è il rischio di trasversalità e ribaltoni, come la storia recente ha più volte dimostrato. Per gli oppositori, il pericolo è di alterare il sistema di equilibri tra governo e Parlamento, perché la vittoria di uno schieramento mette di per sé il potere nella mani di un vincitore che avrebbe ai suoi piedi una compagnia fedele e obbediente, come mai è successo nella storia repubblicana, relegando alla marginalità i cespugli dei partitini e soprattutto la minoranza. Qualcuno non ha esitato a tirare fuori precedenti storici come il fascismo, Matteo sarebbe non solo l'ultimo e superattrezzato nipotino della Balena Bianca democristiana, ma addirittura il figlioccio di Benito, deciso a smantellare il sistema delle scatole e delle alchimie che, per gli oppositori, appunto, rappresenterebbero la linfa vitale di una democrazia, messa a rischio dalla predominanza blindata di un uomo solo al comando. Comunque la si pensi, è una svolta. Radicale. Ed è difficile negare che faccia chiarezza e rompa con una tradizione profonda della nostra vita politica e anche del rapporto tra partiti ed elettori, in cui la cultura delle mediazioni e dei consorterie ha fortemente influenzato le azioni dei governi e il loro consenso. Al fondo, la contrapposizione che lo ha accompagnato mi pare quella che ritroviamo ad ogni livello della politica di cui Renzi si è fatto portatore e testimonial, nel Job's act, nelle proposte sulla scuola dove il Preside in qualche modo va a replicare l'uomo solo al comando, nella disciplina annunciata sulle fondazioni bancarie e sulla necessità di chiudere con la storia del "capitalismo di relazione" e aprire finalmente alla trasparenza. Sarebbe facile rappresentare la controparte nel segno dell'arretratezza, della chiusura, del blocco corporativo, della mediazione estenuante e gattopardesca. Sarebbe facile e forse ingiusto rispetto alla stratificazione di una società che si è venuta formando in questo modo per la sua storia, per la fragilità di un processo di unificazione, per un gap tra le classi e tra Nord e Sud, per un vizio clientelare-localistico rispetto all'interesse generale e alla forza unificante e superiore che dovrebbe essere propria dello Stato. Tutto vero, ma adesso un salto è stato effettuato. Dobbiamo certo pensare che Renzi abbia le sue convenienze. Questa legge gli mette potenzialmente in mano un enorme potere ed è la conclusione che mi pare significativa di un percorso cominciato da rottamatore, che coerentemente arriva ad una soluzione che chiude con certi vizi del passato e semplifica drasticamente lo scenario della politica e delle istituzioni. E' verosimile che possa essere lui l'uomo solo al comando, destino per nulla paradossale di un Paese che ha alle spalle decenni di capriole e di governi che volevano riformare, cambiare, trasformare e si sono sempre impantanati mentre crollava la credibilità della politica travolta dall'inefficienza e dalla corruzione. Renzi è la risposta a tutto questo, dobbiamo saperlo, non è un fiore o una malapianta, è una conseguenza e, a questo punto, una prospettiva. "Un maleducato di talento" lo ha definito il direttore del Corriere della Sera che forse riprendeva una frase di Chesterton non a caso amata da Renzi, "La democrazia è il Governo dei maleducati, e l'aristocrazia è il governo degli educati male". Ho l'impressione che, in questa fase, l'educazione non sia una categoria della politica e che il rullo compressore di Renzi sia appena partito.

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