L’energia genera, l’energia distrugge

L’energia genera, l’energia distrugge

29.04.2015 - 13:42

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La torre di Dharahara è venuta giù e intorno forse ci sono diecimila morti. Il terremoto di magnitudo sconvolgente che ha devastato le pendici dell’Himalaya ha seminato morte e ha raso al suolo quel simbolo, accartocciato i templi hindu, gli stupa, i monumenti spirituali buddhisti, un paese, il Nepal e la sua storia. Già, c’è anche il Nepal nel mondo e adesso le sirene dei media si sono svegliate e ci mostrano le immagini della catastrofe. Seduti a casa, messi nella distanza “comoda” che consente lo schermo-finestra della tv, assistiamo ad un rituale che conosciamo: le montagne delle macerie, i sopravvissuti che come formiche impazzite vagano senza mèta e con le mani e poco altro cercano i superstiti, gli appelli internazionali, la mancanza di tutto, la conta delle vittime con il totalizzatore che adesso è cresciuto fino a diecimila e, in questa, la sottoconta degli italiani morti, feriti e dispersi. Adesso il Nepal apre i titoli dei telegiornali, fra una settimana sarà in coda, poi lo metteremo in archivio, come accade ogni volta con queste tragedie, in attesa della prossima. Se guardi la carta geografica, il Nepal sta stretto fra l’India e la Cina. Da poco ha abolito la monarchia e scelto la repubblica, ma la società è strappata fra vecchi feudalesimi e una struttura di casta, da una parte, e la modernizzazione faticosa trainata dal turismo, dall’altra. E’ lontano il Nepal, appartiene a quei paesi che nel’'immaginario occidentale sono esotici e pittoreschi. Le montagne immense, come si dice, “il tetto del mondo” con il culmine dell’Everest, una barriera tirata su dalla forza potentissima degli abissi della terra, la neve, gli sherpa, una sorta di presepio con gli abitanti in costume e un’eterna primavera. Non era e, purtroppo, non è così. Chi poteva immaginare che l’energia che ha generato le montagne più alte del mondo sia la stessa che adesso ha fatto tremare un paese e lo ha sconvolto. Sembra paradossale, ma la tettonica che disegnato il Nepal è la stessa che lo schianta: un’esile superficie sotto la quale si scontrano da sempre la placca indiana e quella euroasiatica, un punto di frizione come accade in Giappone e sulla faglia di Sant’Andrea in California, dove con rassegnata preveggenza aspettano il Big One. Un’altra storia che ci ricorda dove stiamo e come stiamo tutti. Arroccati e incazzati su un velo che ci sembra consistente e immutabile, sotto il quale scorrono i tempi immemorabili della Terra che ogni tanto ci mandano un segnale terrificante e dovrebbero ricordarci le misure della nostra vita. Un terremoto è anche questo. Un messaggio distruttivo per la nostra civiltà e, insieme, la manifestazione dell’immenso scenario parallelo e invisibile sul quale si distende il nostro percorso. La geologia non ha sentimenti e quello che chiamiamo pianure, montagne, colline, basta spostare il punti di vista, è solo l’apparenza di una sostanza che ci sfugge e che preferiamo rimuovere. Le immagini dall’alto ci fanno vedere Katmandu, i colori delle case intervallati dai crolli e la gente sofferente. Perché non ci abituiamo a pensare che il Nepal non è poi così remoto, che ci riguarda perché stiamo nelle stesse condizioni, d’altronde anche la nostra storia è scandita da apocalissi sismiche da Messina al Belice, dal Friuli all’Irpinia, da Assisi a L’Aquila. Il terremoto ci unisce tutti, è un monito universale, tanto più quando viene da un paese che ci ricorda anche la differenza delle culture e la distanza che passa tra i nostri livelli consumistici, sia pure toccati dalla crisi, e la realtà contraddittoria di una terra dove la tragedia si va ad assommare alla miseria. Ci diciamo globali e in effetti per tanti versi lo siamo. Le immagini del Nepal che scorrono in tv ce lo dicono, così come le guerre cosiddette locali che in un attimo entrano nel circuito dei media e ci mettono davanti a un fronte minaccioso che va dalla Libia alla Siria, dall’Irak a Gaza, mentre sullo sfondo ovunque e dappertutto sembra sventolare la bandiera nera dell’Is e dei suoi guerriglieri con la scimitarra in mano. Siamo globali e la tentazione più forte è quella di restringerci nell’orticello che si presume tranquillo e riparato dalle intemperie del “locale”. Chiudere gli occhi e tirare su un paravento. Sarebbe bello e invece è una misera illusione. La torre di Dharahara è caduta davanti a casa nostra.

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