Una democrazia o una Fortezza?

Una democrazia o una Fortezza?

22.04.2015 - 12:47

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Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori. Sta scolpito nel travertino sulla fronte del Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur di Roma. Per l’Italia del Duce gli italiani avevano tra le somme virtù quella di navigare e di trasmigrare. Sono passati settantacinque anni da quando il Colosseo Quadrato venne inaugurato, gli italiani navigano molto meno e se trasmigrano lo fanno per cercare all’estero un posto di lavoro qualificato e in linea con quello che hanno studiato. Il problema è che oggi sono gli altri che trasmigrano e crepano trasmigrando e fatichiamo molto a riconoscere loro quel diritto che il regime del Ventennio incise nella pietra. Fatichiamo molto a capire e a trovare un modo di affrontare l'immenso flusso che si approssima alle nostre coste, che non sia la retorica dei proclami o la richiesta di un soccorso che ci aiuti in una difficoltà che da soli non siamo in grado di affrontare. Quando dico retorica è bene spiegarsi. La politica spesso usa scorciatoie per farsi capire e nessun periodo è più adatto di questo per coniare slogan che si alimentano dello stress quotidiano a cui i media ci sottopongono. Mandiamoli a casa, blocchiamoli sulla costa, sul bagnasciuga avrebbero detto in altri tempi, presidiamo il Mediterraneo, affondiamogli tutti i barconi.. Insomma, c’è un’idea di fondo che sta diventando un po’ trasversale l’idea di un Paese che deve essere Fortezza impenetrabile e deve fare in modo che il rubinetto si chiuda e, se non si chiude, che almeno si condivida l'invasione con quelli che dovrebbero essere i nostri concittadini europei.
La paura genera la paura in un cortocircuito vorticoso, in cui sarà bene ricordare ne va della legalità e dei valori profondi della democrazia, che fino a prova contraria non è nostra o loro, è di tutti, anche di quelli che arrivano, degli stranieri che vivono sotto lo stesso sole e respirano la nostra stessa aria. Ed è qui che interviene un alto passaggio della retorica. Non sarebbero semplicemente stranieri questi migranti, no sarebbero un esercito mascherato di terroristi e di delinquenti che si preparano a fare razzia della nostra penisola e a toglierci quello che abbiamo. Una minaccia terribile che cresce sulla nostra storica debolezza di Paese che non è diventato mai tale, è ancora tagliato da uno squilibrio devastante fra Nord e Sud e vede aumentare la fascia di chi non ha lavoro, precipita nella povertà e non riesce ad avere il minimo per una sussistenza almeno dignitosa. Naturalmente, ci sono anche lo sconcerto, il dolore, gli inviti pressanti alla solidarietà, a cominciare dal Papa che non da oggi parla di globalizzazione dell’indifferenza, lancia appelli accorati alla comunità internazionale e ricorda che anche Gesù è un profugo. E anche noi, tutti, lo siamo. L'impressione che se ne ricava è che da un lato ci sia una misericordiosa e amorevole preoccupazione per chi, investito da un fenomeno epocale, lascia la propria terra e si consegna ad una internazionale dei traffici che al rispetto della vita antepone il guadagno più selvaggio. Dall'altro, un vociare rumoroso e scomposto in cui la pancia peggiore si mescola ai buoni propositi e, al tempo stesso, alla paura di scontrarsi con questo malessere montante e cinico a difesa del proprio orticello. Abbiamo parlato di Fortezza, dovremmo parlare di tante fortezze che si sovrappongono l’una all’altra, da quella di ciascuno di noi a quella dei vari livelli delle istituzioni, dalle regioni ai comuni che reagiscono nei modi più diversi, spesso con ritrosìa e chiusure, al problema dell’accoglienza. Una tentazione profonda, difensiva, da poveri contro poveri, da lotta disperata che si illude che basti chiudere la porta e non sapere. Intanto i barconi continuano ad arrivare, il conto dei morti è senza fine, il Mediterraneo è ridotto a un obitorio e a una terra di nessuno dove impera solo la violenza e la lotta per sopravvivere. Adesso sentiamo parlare guerra agli scafisti, di blocchi, di accoglienza selettiva.. Qualcosa bisogna fare, ma sembra tutto occasionale, congiunturale, oggi così domani chissà. La verità è che non siamo preparati, che l’Occidente che, colonizzandolo, sia chiaro, ha reso il mondo globale, non riesca a immaginare una reciprocità, non riesca a riconoscere all'altro e agli altri la forza che lo ha costituito e ne ha sorretto il movimento incessante, il fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza. Solo se saremo all’altezza culturale - e non politico-economica - del nostro passato, il Mediterraneo non sarà più il mare nostrum ma di tutti. Ne va della democrazia che non è un risultato, ma la conquista di ogni giorno. Anche in questo ci può essere retorica, ma è l’unica che ci salverà.
guidobarlozzetti@tin.it

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