Il circolo vizioso dei processi

Il circolo vizioso dei processi

15.04.2015 - 11:44

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Nella giornata dei piloni che crollano e degli avvocati in fila, la corte d’assise di Firenze manda assolto Totò Riina dall’accusa di essere il mandante della strage del Rapido 904 Napoli-Milano. Per chi non ricordasse, 23 dicembre 1984, una bomba devasta il treno nella più lunga galleria dell’Appennino e fa 16 vittime e 267 feriti. Ancora martedì 14 aprile, la Corte internazionale per i diritti dell'uomo di Strasburgo stabilisce che Bruno Contrada, dirigente di polizia e servizi segreti, non doveva essere condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto, all'epoca cui risalgono i fatti, fra il 1979 e il 1988, il reato non "era sufficientemente chiaro e prevedibile e il ricorrente non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per la responsabilità penale che discendeva dagli atti compiuti". E stigmatizza il trattamento inumano che in carcere gli è stati riservato. Dunque, Riina non c'entra nulla e il teorema dell'accusa secondo il quale il Capo dei Capi non poteva non sapere viene rigettato. Resta la sentenza del marzo 1992 che ha condannato all'ergastolo Pippo Calò e Guido Cercola. Quanto a Contrada, semplicemente non doveva andare davanti a un giudice. E' quasi banale dire che si resta disorientati. Il pubblico ministero chiede un ergastolo e la corte assolve. E' ovvio che occorrono prove e che il processo ha regole a cui soggiace e che la verità di un'aula giudiziaria non necessariamente coincide con la realtà delle cose. Così come è giusto che un pubblico ministero ravvisi negli elementi raccolti nell'istruttoria quanto basta per esercitare l'azione penale. Ed è altrettanto giusto che il tribunale non concordi e assolva l'imputato. Non conta il fatto che si chiami Totò Riina, conta il rispetto delle procedure. Però, il disorientamento resta, lo stesso che si prova quando si legge la motivazione della corte di Strasburgo che annulla di fatto uno degli iter processuali più tormentati e accaniti. Resta il disorientamento e, fuori dal perimetro del diritto, viene da pensare. Non è la prima volta che ci troviamo davanti a questi rovesciamenti clamorosi. E' già successo di assistere a catene processuali che non si sono concluse o hanno portato a risultati deludenti, parziali e contraddittori. Non stiamo parlando in generale, stiamo parlando di tutte quelle vicende giudiziarie che hanno riguardato la storia del Paese, lungo tutto l'arco - composito, ambiguo, sfuggente, nebuloso - che va dalla strategia della tensione agli opposti estremismi, dal terrorismo rosso e nero fino agli attentati della mafia e alla questione interminabile della trattativa che lo Stato avrebbe intessuto con la malavita organizzata a fronte delle pressioni e delle minacce di cui l'esplosione sul Rapido 904 rappresenta uno dei momenti più terribili. E anche alla lunga vicenda giudiziaria che riguarda la corruzione e il costume della politica, da Craxi a Berlusconi. Viene da pensare ascoltando il legale di Riina che, professionalmente soddisfatto della sentenza, ricorda i "covi della menzogna" e "i centri oscuri" che nel nostro Paese governerebbero queste vicende. Un'impressione che non è solo la sua, ma che credo appartenga alla percezione comune, l'impressione che ci sarebbe sempre un dietro del dietro e forse un altro dietro in cui si nasconderebbero i servizi segreti, più o meno deviati, i poteri forti, le stanze dei bottoni, le convenienze inconfessabili della politica, le pratiche trasversali, la bassa, bassissima lega dei comportamenti reali e la Real Politik di contro ai proclami di facciata e alle dichiarazioni di principio. Per decenni abbiamo avuto questa impressione-convinzione, alimentata dalla frustrazione per la mancata condanna dei responsabili e al tempo stesso gravata dall'ombra di un alibi comodo, messo su appunto per affogare tutto in una notte in cui tutte le vacche sono nere. E' su questo sfondo che oggi si continua a indagare su una presunta trattativa Stato-Mafia andata in scena dopo gli attentati del 1992/93 ai giudici Falcone e Borsellino. Ed è sempre su questo sfondo che sono stati imbastiti processi - quelli per esempio a Giulio Andreotti - che si sono impantanati proprio sulla linea di discrimine che separa il diritto dal pragmatismo della politica, con la valvola di sicurezza della prescrizione che spesso ha finito per azzerare tutto e arrivederci e grazie. Teoremi non suffragati da prove, pentiti che parlano a pentiti che alla fine parlano con i magistrati, pentiti che dicono forse la parte della verità che serve e che dunque omettono oppure riconfezionano in un vortice inestricabile in cui il sentito dire fonda il sospetto e il sospetto genera un'accusa che diventa un processo. C'è qualcosa in tutto questo che va al di là della magistratura e dei processi, qualcosa che si avvita con i codici e ne sposta la certezza nel dubbio o, peggio ancora, nella rassegnata sfiducia.

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