Strasburgo e i soprusi di casa nostra

Strasburgo e i soprusi di casa nostra

08.04.2015 - 11:16

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Tortura è una parola terribile. La associamo ai peggiori servizi segreti, ai fondamentalisti più violenti, ai narcos sanguinari, alle polizie dei regimi dittatoriali. Ogni tanto vediamo qualche film in cui un povero disgraziato viene sottoposto alle più tremende nefandezze. La ascoltiamo nei telegiornali come qualcosa di remoto, no, noi non siamo così, da noi queste cose non potrebbero succedere mai, no, non ci riguarda.
Invece, ci riguarda. Riguarda l’Italia, un paese che ha una Costituzione democratica, in cui i diritti di ciascuno nei confronti dell’autorità, dello Stato e di chi lo rappresenta a tutti i livelli sono o dovrebbero essere garantiti e tutelati.
La Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo non usa mezze parole sui fatti di Genova del 2001 e, in particolare, sull'irruzione della polizia nella scuola Diaz.

La Corte ha esaminato il caso di una delle vittime che ad essa è ricorso, e vi ha ravvisato l'infrazione dell'articolo 3 e cioè il divieto di sottoporre chiunque a tortura o a trattamenti inumani e degradanti. La sentenza va oltre e imputa all'Italia una mancata risposta in termini di individuazione e punizione dei responsabili e una carenza legislativa nei confronti di questo tipo di reato.
Ricordiamo quello che accadde nella scuola Diaz. Luglio del 2001, a Genova si svolgeva il summit del G8 e, come in altre occasioni, erano state annunciate proteste delle diverse anime del movimento no-global riunite in questo caso sotto l'egida del Genoa Social Forum.
Ricordo le trattative estenuanti che si svolsero tra i rappresentanti del movimento e le istituzioni per definire le modalità e i tempi dei cortei e, anche, la sottile e strisciante impressione che si andasse verso un inevitabile scontro sul bordo di quella zona rossa dichiarata interdetta e, solo per questo fatto, divenuta obiettivo dichiarato di almeno una parte dei manifestanti.
La protesta pacifica si intrecciò con le azioni violente dei black bloc nerovestiti che devastarono il centro della città e gli scontri culminarono il 20 luglio a Piazza Alimonda con l'uccisione di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere. Tensione altissima, la sensazione di una situazione per certi versi fuori controllo, da una parte e dall'altra.
La sera del sabato 21 la polizia irruppe in forze nella scuola Diaz, inizialmente sede logistica del Genoa Social Forum e poi adibita anche all'ospitalità per i partecipanti alle manifestazioni. I processi successivi si incaricano di dimostrare la precarietà e la falsità dei pretesti addotti a giustificare l'intervento, sassaiole contro le volanti, un accoltellamento, il deposito delle molotov..
Ancora negli occhi abbiamo le immagini sconvolgenti di quella sera, quando la televisione riprese in diretta l'uscita dalla scuola delle vittime della violenza, i feriti portati in barella e caricati sulle ambulanze, le ecchimosi, le bende, il sangue, la paura negli occhi, le urla di chi assisteva all'orrore.., e poi documentò lo stato delle cose all'interno della scuola, le macchie di sangue sul pavimento e sulle pareti, le distruzioni che rimandavano a una furia cieca e inarrestabile.
Uno dei poliziotti coinvolti nel corso di un interrogatorio nel primo processo sui fatti della Diaz parlò esplicitamente di "macelleria messicana". Ci sono state condanne fino al grado definitivo della Cassazione, ma basta la sentenza della Corte Europea di Strasburgo a far capire la sproporzione tra i risultati delle indagini e dei processi e quello che effettivamente accade all'interno della scuola. Nonostante tutto resta ancora senza risposta la domanda sul perché di quell'assalto brutale e sulla catena di comando che lo organizzò. E ancor più resta la sconvolgente realtà di un pestaggio così traumatico e al di fuori di qualunque regola e garanzia democratica. A Genova è accaduto, il concorso delle circostanze e dei poteri ha prodotto una situazione in cui dei cittadini inermi vennero sottoposti a tortura e un trattamento inumano e degradante. Ancora oggi resta una zona d'ombra, una delle tante che hanno caratterizzato la storia del nostro paese dalla fine della guerra, dentro la quale ci sta il mistero terribile del potere che sciolto da qualunque controllo si assolutizza in violenza primordiale. E' un monito quello che abbiamo ricevuto da Strasburgo e una calda raccomandazione ad adeguarci nelle leggi e nei comportamenti.

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