Bandiera nera sul Colosseo

Bandiera nera sul Colosseo

25.02.2015 - 13:51

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Il guerrigliero tutto fasciato di nero, a parte la fessura degli occhi, è armato, un mitragliatore sulla spalla, sullo sfondo, davanti a lui, separato dal mare, il Colosseo - sì, il Colosseo, quello di Roma! - su cui sventola la bandiera nera dell’Isis. Il cielo è scuro e gonfio di nuvole, come si addice a un’immagine che è un messaggio. Se ci fossero ancora dubbi, una scritta annuncia che lo Stato Islamico dalla Libia sta arrivando proprio lì, nell'Urbe capitale d'Italia e centro della cristianità cattolica. Se voleva raggiungere un risultato, quel Colosseo violato dal vessillo nero lo ottiene: un simbolo su un altro simbolo, il segno più forte della nostra antichità, di Roma caput mundi che conquistò il mondo tutto intorno al Mediterraneo, l'anfiteatro Flavio appunto, e sopra lo stendardo che vi imprime il suggello dell'Islam più estremo. Un corto circuito. E' un terrorismo attrezzato e consapevole quello che si manifesta attraverso un account Twitter legato ai jihadisti libici. Ha capito che la comunicazione non è un'appendice della strategia, ma un pilastro attraverso il quale colpire l'immaginazione - la nostra! - e seminare la paura. Un nuovo fronte che presuppone conoscenza dei media, capacità di muoversi dall'uno all'altro, con immagini, video e una presenza mobile e imprevedibile sulla rete. Nono sono sprovveduti dilettanti, quell'immagine rimanda a una lucida coscienza del marketing del terrore e dei diversi piani su cui perseguirlo.
Alla fine cosa fanno questi guerriglieri senza volto, a cominciare proprio dalla loro stessa immagine, se non un'ininterrotta messa in scena, che esiste anzitutto nella virtualità della comunicazione. Hanno messo in piedi una campagna a forza di spot pianificati e messi in onda con una tempistica da agenzia pubblicitaria. Le teste che tagliano, il gesto più terribile e sprezzante nei confronti di vittime elette a nemico a prescindere dalla loro individualità, diventano subito un video da esibire e far circolare sulla rete. Con tutta la ritualità e la sapienza che servono, perché nulla viene lasciato al caso, il nero del boia e l'arancione dell'agnello predestinato, le posture, gli sfondi.. tutto è curato e in modo da produrre il massimo di effetti. E così i curdi esibiti me gabbie e il pilota giordano bruciato vivo. Potremmo dire che la Jihad è un effetto speciale prodotto da chi conosce la potenza delle immagini e le strategie della persuasione, al di là di quello che accade nella realtà. Nessuno sa bene dove stia questo fantomatico Isis, un po' dappertutto, in Siria, in Iraq, in Libia.., di sicuro sta ogni giorno sugli schermi delle nostre case. Si può vincere anche così. Non è una storia nuova, solo per fare un esempio ne sanno qualcosa gli americani che stavano faticosamente battendo le offensive dei Vietcong, ma furono sconfitti dagli orrori che la televisione riversava sulle famiglie riunite per la cena.
L'Isis è anche e soprattutto questo. La brutalità più selvaggia e le tecnologie della comunicazione, il sangue e i bit. Qualche giorno fa è stato diffuso un video in cui si vede la decapitazione di ventuno cristiani-copti. Persino patinato, esteticamente curato, una sorta di terrificante coreografia con i ventuno disgraziati in tuta arancione che avanzano e vengono fatto inginocchiare, ciascuno con alle spalle il suo demone nero. Sullo sfondo il mare turbinoso. Gli analisti hanno studiato e hanno sentenziato che si tratta di un falso. Sarebbe stato girato davanti a un chromakey, una superficie virtuale su cui in post-produzione si può spalmare il fondale che più interessa, in modo da dare l'impressione realistica della spiaggia libica. Non è esatto. Non è un falso, è un prodotto pensato e costruito con feroce e consequenziale intenzionalità. E il fatto che possa esserci un qualche problema di proporzioni fra le figure in campo e che gli sfondi siano del tutto artificiali, non diminuisce ma accentua il problema. Siamo davanti a una regia che padroneggia le tecniche visuali e la retorica delle immagini e confeziona il prodotto che ritiene più funzionale e efficace per i propri fini. C'è un paradosso o un contrappasso in tutto ciò. L'Isis si appropria di un patrimonio professionale e tecnico che ha messo a punto la nostra civiltà della comunicazione, uno strumento perfezionato dal capitalismo che deve vendere le sue merci e convincerci ad acquistarle. Solo che l' Stato Islamico non ha da reclamizzare un detersivo, deve solo confezionare il terrore e spedircelo a domicilio.

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