Spezzeremo le reni alla Libia?

Spezzeremo le reni alla Libia?

18.02.2015 - 11:14

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Adesso la gente ha una preoccupazione in più. La guerra. Quella vera, fatta di bombe che esplodono nei supermarket o sulla metropolitana o di signori nerovestiti che tagliano la testa a tutti quelli che incontrano sulla loro strada. Ha ascoltato i telegiornali la gente, ha sentito i proclami nei talk-show e ha concluso che la guerra incombe, o perché l’Italia sarebbe prossima a intervenire in Libia per fermare l’avanzata degli integralisti del califfato nero, il cosiddetto Is, o perché quella banda di macellai vestiti di nero minaccia la tranquillità del Paese.
E' significativo osservare i cortocircuiti che la televisione mette in moto. La ripetizione ossessiva di una notizia genera una bolla allarmistica che si insedia nella psicologia collettiva e diventa subito realtà. La guerra è alle porte, come Annibale durante le guerre puniche.
La notizia è che i militanti dell'Is avanzano in Libia, hanno conquistato Derna e Sirte. Nei talk hanno fatto presto a disegnare le mappe. Le macchie nere prevalevano, accanto a quella del governo islamico di Tripoli, anch'esso inquietante, di contro a ciò che resta del governo liberale ora rinserrato a Torbruk. Un governo eletto democraticamente dopo la caduta e l'uccisione di Gheddafi, che aveva tutti i difetti - e qualcuno di più - dei dittatori e che, tuttavia, teneva sotto il coperchio del suo potere tensioni, divisioni e fazioni. E' un paradosso, confermato da Tito in quella che fu la Jugoslavia o da Saddam in Iraq. Le dittature sono elementi di stabilità geopolitica, poi se ne fregano di qualunque elementare carta dei diritti umani..
Non solo, i nostri strateghi televisivi hanno anche incominciato a misurare i chilometri fra le coste della Libia e Lampedusa, la Sicilia, Roma. E paventato attacchi aerei dagli aeroporti che lo Stato Islamico potrebbe occupare.
E poi la storia degli obiettivi sensibili, l'immaginazione che corre e inorridisce al pensiero di un missile che centra il Cupolone. Oppure, l'evocazione storica che vede l'Islam più radicale impadronirsi di tutta la costa settentrionale dell'Africa e attaccare l'Europa dalla Spagna, e fortuna che allora ci pensò Carlo Martello a Poitiers. E l'Is che non si tira indietro e che ha capito quanto la comunicazione sia un'arma potente. "Siamo a sud di Roma", fa sapere e i brividi corrono lungo la schiena degli italiani. E ci si mette pure Hamas che mette in guardia l'Italia da un intervento, "sarebbe considerata una crociata". E' curioso. Assistiamo per mesi, per anni, alle piazze tumultuanti della primavera araba su cui fioriscono i nostri malintesi sulla democrazia che avanzerebbe, vediamo le scorribande più sanguinose del terrorismo e la nuvola oscura di questo nuovo incubo internazionale che si chiama Stato Islamico e vorrebbe impiantare un Califfato dappertutto, anche nelle terre degli infedeli, e adesso ci svegliamo - o ci svegliano - e tremiamo al pensiero che le orde dei boia con la scimitarra siano arrivate sulla soglia di casa. Paura, il rischio di una psicosi collettiva alimentata dai media, da certe semplificazioni in cui è difficile quanto dipenda dalla macchina della comunicazione e quanto dalla apprensione degli spettatori. E accanto alla paura anche l'impressione di come la preoccupazione sia una cattiva consigliera, quando sentiamo le dichiarazioni affrettate di questo o quel politico, le oscillazioni in tempo reale dei punti di vista che dovrebbero essere ponderati, solidi, equilibrati, capaci di misurarsi sul lungo periodo e non sui sondaggi di questa mattina. Interveniamo, no non interveniamo, una soluzione condivisa con l'Onu, no con l'Europa.. Nel corso di Otto e mezzo, il generale Mario Arpino, curriculum che parla da sé, ha detto che l'improvvisazione è un'antica malattia nazionale e che non siamo i più adatti a imbarcarci da soli in imprese di questo tipo. Servono esperienza, fermezza, coesione, coraggio, preparazione.. e non slogan o chiacchiere da talk, appunto. Altrimenti, meglio restare a casa.
E' una storia antica e ha a che fare anche con il nostro peso internazionale e con una politica estera che tradizionalmente non ha avuto mai l'allure del protagonista. La chiamavano l'Italietta, per sottolineare una presunzione che al primo stormir di fronte si sgonfiava, capace di ogni retorica, a cominciare dallo "spezzeremo le reni alla Grecia". Guardando a quello che sta succedendo è difficile sottrarsi all'impressione di un Paese che si coccola nelle liti del condominio della politichetta e al prima esame di maturità fa di tutto per essere bocciato.

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