Forza tranquilla dal Quirinale

Forza tranquilla dal Quirinale

04.02.2015 - 12:44

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Il discorso che ci si aspetta da un Presidente della Repubblica, da padre rigoroso della Repubblica, da cittadino che si rivolge ai concittadini, da giurista che riconosce nella Costituzione il pilastro su cui si fonda la Repubblica e la collettività che vi si riconosce. A rileggerlo sembra un decalogo di attenzioni e di buoni proponimenti. Mattarella parla della responsabilità di cui si carica e mette in fila i temi cardinali dell'attualità e della prospettiva che sta davanti al Paese: unità, libertà, uguaglianza, una legge elettorale da chiudere, la trasparenza che chiedono i cittadini, il diritto allo studio e alla salute, la mafia con le figure di Falcone e Borsellino, la lotta alla corruzione, la Resistenza da cui esce la nostra democrazia, la minaccia del terrorismo, la vicenda dei marò e le forze armate a garanzia della pace, infine la preoccupazione per tre italiani rapiti e la speranza che tornino a casa. Temi del tutto condivisibili e, infatti, sono oltre quaranta gli applausi delle Camere riunite che interrompono la lettura da parte del Presidente. C'è però un punto che fa da cartina al tornasole di tutto il discorso e alla luce del quale tutto va letto: "Sarò un arbitro imparziale, ma i giocatori mi aiutino". E' un passaggio fondamentale che riposiziona la figura istituzionale del Presidente, rispetto a un passato recente che l'ha vista allargare gli interventi a fronte della crisi e della credibilità complessiva del sistema politico e dei partiti, e ha aperto una discussione spesso aspra sui confini e i limiti delle prerogative presidenziali. Mattarella annuncia la sua posizione di arbitro e dunque di indipendenza a garanzia di tutte le forse politiche. E accompagna questa intenzione con la riaffermazione dell'equilibrio che deve esserci tra i diversi poteri, l'esecutivo, il Parlamento e la magistratura. E' una sottolineatura importante perché tanti guasti della nostra situazione derivano proprio dalle tensioni e dagli squilibri che si sono creati: il Parlamento che si sente ridotto a passacarte del governo, il governo che rivendica la necessità di decidere e si sente intrappolato dalle forche caudine imprevedibili del Parlamento, la magistratura che - consapevole o meno - finisce per esorbitare e dettare l'agenda della politica con le sue sentenze.
Mattarella va all'osso delle questioni, senza retorica e senza fronzoli. Un tema della maturità scritto da un professore che ha tanti elementi per non far parte del panorama:la distanza dalla politica attiva, l'esperienza di giudice costituzionale, la storia familiare bagnata dal sangue di un fratello ucciso dalla mafia, la radice nella sinistra democristiana che in tanti momenti della nostra storia ha finito per diventare un punto di equilibrio e di contatto tra la maggioranza e l'opposizione, tra DC e PCI e un ponte aperto verso il centro-sinistra, con declinazioni diverse, anche polemiche, in funzione anche del ruolo giocato dall'allora Partito Socialista (una cosa erano Nenni e De Martino, un'altra Craxi..). Mattarellaesce da lì, da un senso rigoroso dello Stato, da una concezione laica dell'impegno in politica, da una stagione in cui sarebbe sbagliato pensare che tutto fosse rosa e fiori - no, non era così, la DC e qualche scheletro nell'armadio, le consorterie, le tentazioni golpiste di qualcuno, il rapimento e l'uccisione di Moro, l'esilio di Craxi.. - ma lo stile della politica era diverso perché il radicamento della politica era diverso. Una stagione in cui le parole e le cose cercavano un rapporto e la politica non era ancora stata risucchiata nella bolla mediatica dell'immagine e dei leaderismi. Un uomo di poche parole, lontano anni luce dalla chiacchiera e dal frastuono sovente sguaiato dei talk-show, Mattarella, poche e significative. Dovremo abituarci alla densità dei suoi telegrammi. Come quando, all'annuncio dell'investitura, ha rivolto un pensiero alle difficoltà e alle speranze degli Italiani e, nel pomeriggio, si è recato a rendere omaggio alle Fosse Ardeatine, luogo simbolo della lotta al nazifascismo e della nascita della democrazia.Ha ricordato Stefano Taché nel suo discorso. Era il bambino ebreo di due anni che venne ucciso nell'attentato alla Sinagoga di Roma perpetrato dai terroristi palestinesi nel 1982. Se volevamo il testimonial di una idea della politica, il Presidente Mattarella ce lo ha dato.

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