Gli slogan di Matteo

Gli slogan di Matteo

31.12.2014 - 12:53

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Ritmo! Matteo Renzi detta la parola d'ordine del 2015. Ritmo! Sventola l’insegna nel corso della conferenza-stampa che chiude l’anno, tradizionale appuntamento in cui il Presidente del Consiglio fa il punto della navigazione, in attesa che arrivi il Presidente della Repubblica a salutare gli italiani questa sera, la sera di Capodanno. In gran forma, perfino troppa, Matteo, lo chiamo così, con la familiarità con cui lui si rivolge al pubblico che lo guarda e lo ascolta, completamente a suo agio nell'acquario della comunicazione. Lo controlla e lo domina come un habitat naturale, il luogo in cui si celebra il matrimonio che dovrebbe essere perfetto fra lo spirito guascone e popolare con cui egli cavalca il disagio del Paese e la politica-politica che si svolge nelle stanze dei palazzi. Ritmo, dunque. Matteo guarda avanti e certifica questa postura della sua politica con una parola che vuol dire velocità e continuità, dunque in opposizione a tutto ciò che può rallentare, ostacolare o addirittura far tornare indietro. Il ritmo è un’intensificazione del movimento di contro all’inerzia, una trasfusione energetica in un corpo appesantito da zavorre e intorpidito da atteggiamenti volti a mantenere e presidiare le posizioni e, quindi, ostili al cambiamento. Ritmo significa che una strada è stata intrapresa e che su quella bisogna continuare di contro ai “gufi”, altra metafora, stavolta tratta dal regno animale, con cui Matteo indica chi rema contro, chi sta sul ramo, si mette di traverso o semplicemente aspetta che la tempesta passi e tutto rimanga come è sempre stato. E’ questa la forza del discorso di Matteo, anzi del Matteo-discorso, perché l’uno è inseparabile dall’altro, la capacità di andare al punto e di trovare la metafora più efficace, lo slogan più convincente, che di per sé fa i titoli dei giornali e dei telegiornali. Matteo non si perde mai in dettagli, non fa circumnavigazioni senza fine, qualunque sia il punto di partenza arriva sempre a quella che per lui è la sostanza della rotta, quella che permette di ricollocare tutti gli atti del governo e/o tutte le proposte, i progetti, gli intendimenti, i disegni.. in un tragitto unitario e sistematico che ha sempre come orizzonte il cambiamento del Paese. Gli viene naturale. Non ha avuto bisogno di training e seminari, Matteo ha la qualità differenziale di parlare al cuore e all’immaginazione, di dare un obiettivo largo e grande che porta con sé motivazione, forza, volontà, intrapresa, coraggio.. Coinvolge e chiede di condividere con lui non un esercizio di potere, ma una speranza che riguarda tutti. E’ la sua bussola, che spiega anche certi atteggiamenti che hanno creato polemiche dure nei suoi confronti, a cominciare dai sindacati e dalla pattuglia resistenziale all’interno del PD. E, invece, quella che a qualcuno è sembrata un'indifferenza o addirittura una strafottenza altro non è che la sicurezza con cui il leader va avanti per la strada su cui si sente incaricato di procedere. Matteo svolge una missione per conto di chi l’ha investito (“Gli italiani ci chiedono..”, ripete continuamente), ascolta ma non per questo scende a compromessi e si assoggetta al piccolo cabotaggio della politichetta palazzinara. Questo dice il Matteo-discorso e chiosa con un altro slogan che è una certezza incrollabile e, alla fine, una posta in gioco sulla quale lui e il governo vanno a giocarsi tutta la loro credibilità: L’Italia ce la farà. Ecco il destinatario, non questo o quello, gli operai o gli impiegati, i pensionati o i disoccupati: quell’Italia-ce-la-farà è espresso a nome di tutti, a nome di un Paese intero, perché si vince o si perde tutti insieme. Comincia un anno nuovo e Renzi va a caricare le batterie e la parola d’ordine che lancia dice della determinazione a non arretrare e anzi di accelerare, perché il tempo è poco e la curva della recessione richiede una discontinuità sostanziale. Ritmo, appunto, non un caotico accumularsi di provvedimenti e di proposte, ma una macchina che procede ottimizzando le prestazioni. Matteo è al volante della macchina e, secondo lo spirito del boy-scout che non dimentica di essere stato, si preoccupa che non si perdano i passeggeri e che tutti si ritrovino in una colleganza emotiva che faccia sentire insieme, coinvolti in un’avventura comune, sicuri della guida che li conduce. Poi, certo, ci sono anche il governo, i ministri, il partito e i partiti, la maggioranza e l’opposizione, Palazzo Chigi.. E però quello che conta è sentirsi in un racconto: la sfida di Matteo è quella di tornare a raccontare una storia, in un tempo in cui nessuno o quasi, ci crede più e di far sentire chi ascolta a bordo di una macchina che coincide con il Paese. E’ l’ultima che passa, salite. Non sono permessi dubbi. L’Italia ce la farà.

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