L’informazione e il “caso L.”

L’informazione e il “caso L.”

03.12.2014 - 14:53

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Parlarne o non parlarne? Raccontare con tutti i dettagli l'ultimo caso di cronaca nerissima oppure abbassare la luce con rispettosa discrezione? La terribile vicenda di Loris, il bambino di Ragusa che gli inquirenti dicono ucciso da un assassino che per ora non ha un volto, ripropone una domanda fondamentale all'informazione. A Ragusa vediamo il solito rituale. Le telecamere e i microfoni, gli inviati in attesa e alla ricerca di una qualsivoglia dichiarazione e possibilmente dell'ultima novità che rialimenti l'attenzione spasmodica e vorace dei media e per loro tramite del pubblico. Non si tratta di colpevolizzare nessuno, lo voglio dire subito, rispetto per il lavoro di tutti e per una funzione essenziale quale è quella a cui assolve l'informazione. Quello che sta accadendo per il piccolo L., d’ora in poi lo indicherò in questo modo, è un copione noto, conosciuto, usato e qualche volta anche abusato. Il problema è il sistema nel suo complesso, la macchina che si mette in moto, il discorso che produce, l’atteggiamento e la percezione che induce in chi legge e, soprattutto, guarda. L. arriva al momento giusto per ridare fiato a quella che è diventata una coazione irresistibile che coinvolge in un circuito dannato di offerta e domanda, perché, alla fine, di questo si tratta di mercato, in cui la logica che prevale è quella di cercare la merce che possa coinvolgere e attrarre il maggior numero di consumatori. Da anni e tutti i giorni assistiamo a indagini e processi in diretta, perizie, arringhe e sentenze pronunciate, direi meglio, interpretate da esperti in studio. Ore e ore ogni giorno a discutere sull’ultimo caso o sulle novità dei casi che restano aperti. Accade sui giornali e ancor più in televisione. Siamo coinvolti in una macchina spettacolare che usa la cronaca più criminale come un additivo potente, densa come è di sollecitazioni e di richiami per la psicologia individuale e collettiva: il delitto, il sangue, la crudeltà, l'assassino ignoto oppure l'imputato impassibile che non confessa e che dunque lascia nel dubbio e scatena le opposte prese di posizione, la morte che viene dalla violenza e colpisce i soggetti più indifesi, la donna, i bambini, e riapre fessure tremende nella nostra identità che si vorrebbe civile e capace di dominare gli istinti e le pulsioni più selvagge.. Dentro queste storie, perché questo diventano, storie con protagonisti e antagonisti, vittime e carnefici, ci stanno la morte, il sesso, la violenza in cui sprofonda qualunque ragione, la sopraffazione del forte sul debole o la miseria di una forza che per nascondere la propria paura si rivale sull’innocenza. Siamo su un fronte in cui si toccano territori diversi che rimandano a pertinenze diverse, a uno stuolo di discipline imponenti - la psicologia collettiva, l’antropologia, la sociologia e, in crescita esponenziale, la criminologia con i suoi testimonials pronti a spiegarci perché e percome.. - e sarebbe certo interessante salire dal piano più immediato e pornografico di un caso alla riflessione più larga e competente.
E invece il salto trova grande difficoltà e non riesce, perché il tempo reale dell'informazione e del talk-show risucchia sull’attualità-attualità con le sue emergenze ininterrotte - anche quando sono soltanto rumors, voci, illazioni, spifferi che nessuno verrà a confermare o a ad autorizzare - oppure si dilata in un ruminamento ossessivo del poco a disposizione, dove ognuno cerca di costruire la sua, personale, impalcatura di una possibile verità. L'importante è parlare, come se fosse un esorcismo collettivo incaricato di riempire il buco orribile che si è aperto nel tessuto della convivenza e nella immagine che tutti ci illudiamo di averne. Ricuciture, dunque, in cui si affaticano tutti, conduttori, esperti, inviati, testimoni e chi si fa carico delle indagini. L'importante è sapere e colmare l'ansia di sapere che, un attimo dopo, va subito a riprodursi in un rimando estenuante e alla fine fallimentare, perché rischia soltanto di nevrotizzare l'informazione e di farla implodere nel circuito di se stessa. Per questo torno alla domanda iniziale. Parlarne o non parlarne? Parlarne, certo, ma contrastando i riflessi condizionati e le routines che sembrano obbligati e invece sono solo le scelte di un sistema. Che è talmente forte da invertire il rapporto tra causa ed effetto e diventare il motore di un processo che non ha più rapporto con la realtà delle cose. Lo dico estremizzando, certo. E però, difronte a L., mi chiedo se invece di tante parole, non sia meglio il silenzio. Non l'omertà, ma la distanza che rispetta le vittime e che non accumula un'altra violenza a quella perpetrata da un assassino.

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