A voi il migrante, il nero e l'infettato

A voi il migrante, il nero e l'infettato

26.11.2014 - 16:32

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C’è un buco nero nelle nostre società. Si chiama esclusione e differenza. Papa Francesco va a Strasburgo e ricorda al Parlamento europeo che nessuna comunità si può costruire senza che abbia al centro il valore della dignità dell’individuo, il rispetto della persona, chiunque sia e da dovunque arrivi. Lui che aveva iniziato il suo pontificato con il viaggio a Lampedusa. Intanto, negli Stati Uniti, dilaga la protesta perché il Gran Jury ha deciso di non incriminare l’agente che il 9 agosto a Ferguson, Missouri, ha ucciso il giovane afro-americano Michael Brown. In America ogni tanto capita che la polizia faccia uso delle armi con troppa fretta e troppo spesso capita che ad essere colpiti siano i neri e che non vengano indagati i responsabili. Infine, un nuovo fantasma che da ieri si aggira per il nostro Paese. L’Infettato. Anche questo è il segno di una differenza, che non è razziale, ma rimanda alla paura ancestrale del contagio, del corpo stregato che può corrompere e devastare la nostra vita e da cui, dunque, dobbiamo difenderci. Tre casi diversi, il Migrante, il Nero e l’Infettato. Riguardano vicende diverse che si svolgono in situazioni lontane l'una dall’altra. Il Mar Mediterraneo con il flusso ininterrotto dei barconi che approdano sulle coste italiane che dovrebbero essere anche quelle europee. Gli Stati Uniti e in particolare gli Stati del Sud dove, nonostante le leggi e gli anni passati, il riflesso condizionato del razzismo è ancora lungi dall'essere debellato e i neri vivono come nel sopruso e nella emarginazione. L'Alto Volta dove è esploso il virus ebola e troppo lenta e disorganizzata è la risposta che arriva dalla comunità internazionale per affrontare lì e con mezzi adeguati l'emergenza. E, tuttavia, mi pare che uno stesso filo unisca trasversalmente queste tre vicende e riveli una questione che sta al fondo delle nostre società e del modo in cui per storia e cultura si sono organizzate. L’identità e la differenza, da sempre i gruppi umani si reggono su questo architrave. Qualcuno ha di più e conta di più, qualcun altro ha di meno e conta di meno o magari niente. Il potere ha sempre funzionato così, ha distinto in modo da costruire recinti e reti di protezione, anche quando la democrazia avrebbe dovuto invertire questo disegno ed orientarlo verso un equilibrio tra libertà e uguaglianza, capace di garantire i diritti (e i doveri) di tutti nella comune appartenenza a una stessa società e a uno stesso Stato. Naturalmente, la tentazione del potere è stata ancora più forte quando ha potuto esercitarsi sulle differenze, o meglio quando le ha stigmatizzate - rispetto agli identici da proteggere - e le ha trasformate in un marchio simbolico, alimentando la percezione di un rischio e di un pericolo. Il risultato? La paura del diverso attraverso cui consolidare l'immagine dei ceti dominanti e assicurarne la continuità. Il catalogo è lunghissimo e riunisce le figure più diverse, basta scorrere la storia anche della nostra civilissima Europa: le streghe, gli eretici, i poveri, i folli, le minoranze etniche, il proletariato, le donne, gli omosessuali, i rom, gli ebrei.. fino ai migranti che si riversano sulle nostre coste, che arrivino dalla Siria, dall’Iraq o dal profondo dell'Africa. Così, sentiamo tuonare contro l'invasione e assistiamo a una guerra fra poveri che viene strumentalizzata per colpevolizzare un nemico e farne la causa di ogni problema. Un atteggiamento diffuso che sorvola sulla storia e le sue contraddizioni, guarda agli ultimi cinque minuti, fa di ogni erba un fascio ed enfatizza quello che serve per gonfiare la retorica populistica e nazionalistica. Negli Stati Uniti il nodo non è troppo diverso. Persiste uno cultura del razzismo in un Paese che si è costruito, va ricordato, accogliendo e che oggi più che mai si arricchisce e si sviluppa grazie al contributo delle più diverse culture ed etnie. I neri sono stati assoggettati a una tratta selvaggia che li ha relegati nella soggezione e nello sfruttamento, uno dei motivi - non il solo - che stanno alla base della Guerra di Secessione e del Programma di Emancipazione di Lincoln. Sono passati secoli e vediamo che lo spettro del razzismo non è ancora domato. Non è bastato un presidente nero come Obama che, proprio qualche giorno fa, ha annunciato una sanatoria per cinque milioni di clandestini e, difronte alle fiamme di Ferguson, continua a invitare alla calma. Intanto, l’Infettato passa da un involucro plastificato all'altro, circondato dalle tute bianche di decine di medici e infermieri. Se qualcuno avesse dubbi su dove stia nell'immaginario, basterebbe andare a legge La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Dove si parlava della peste che nel ‘600 colpì Milano e degli untori che l'avrebbero propagata.

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