Un Paese arrabbiato

Un Paese arrabbiato

12.11.2014 - 13:42

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La rabbia, tanta rabbia. La legge che fa o dovrebbe fare il suo corso e tanti che protestano e si sentono traditi. Dalla legge e, con un’equazione diretta, dallo Stato che tutti rappresenta o dovrebbe rappresentare. Una sentenza manda assolti i componenti della commissione grandi rischi, in primo grado ritenuti colpevoli di non aver preannunciato il rischio del terremoto de L’Aquila. Un’altra assolve gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. Per insufficienza di prove. Un’altra ancora condanna l’avvocato dei boss della camorra per le minacce a Roberto Saviano e assolve i boss che di quelle  minacce dovrebbero essere gli ovvi mandanti. Ascoltiamo i verdetti e vediamo la rabbia, la rabbia dei parenti delle vittime del terremoto, la rabbia della sorella di Cucchi, l’indignazione di Saviano. E insieme il coro che prorompe dai blog della rete. Lo dico subito. Le sentenze si rispettano, è un caposaldo degli equilibrio dei poteri in una democrazia. D’accordo, non si tratta di discuterle nel merito e alcune non sono state ancora pubblicate nel loro dispositivo. E poi ci sono gli appelli, la legge prevede dispositivi per correggere e ritornare su una decisione. Ma, al di là del perimetro giuridico, c’è qualcosa che non torna e il sintomo di un sentimento che rischia di generalizzarsi e di allargare l’incomunicabilità già grande fra le istituzioni e i cittadini. E ci viene un dubbio che è anche una preoccupazione, che tutto questo sia dovuto al fatto che le istituzioni non fanno le istituzioni e che i cittadini non si comportano da cittadini, come se gli uni e gli altri avessero smarrito lo spirito di condivisione e di fiducia che dovrebbe fondare la posizioni delle une e degli altri e il loro rapporto.
Quelle reazioni ci dicono di una reazione emotiva, di decisioni che vengono percepite come un tradimento, un'insopportabile vulnus rispetto alla garanzia di giustizia che ci si aspetta. Lo Stato è lontano, un apparato burocratico, fatto di codicilli e codici che non interpretano il sentire comune e si rinchiude nella formalità della legge e delle regole. E i cittadini urlano vergogna, strepitano, inveiscono. Accade sempre più spesso, come se pian piano il fossato diventasse sempre più profondo e gli obblighi che presiedono all’esercizio della legge e le attese di chi ne dovrebbe essere tutelato non trovassero più l’indispensabile livello di condivisione. Cucchi è morto e le foto che vediamo non mentono su come sia stato trattato. Solo che non si sa chi sia stato. Saviano è stato minacciato, solo che la legge se la cava puntando il dito sull'avvocato che ha fatto da megafono. Le vittime del terremoto offrono un ulteriore spunto di riflessione. I tecnici sono stati accusati di non aver annunciato l’allarme e dunque di non aver messo in condizione gli aquilani di salvarsi. E’ una questione complessa, sappiamo che nessuno ha inventato la palla di vetro per predire un terremoto. La legge una volta condanna e una volta assolve. Ci può anche stare - anche se ho l'impressione che questi ribaltamenti siano troppo frequenti per non erodere il prestigio e l’autorevolezza di chi esercita la giurisdizione - solo che la reazione popolare è quella di chi ha bisogno di un capro espiatorio e che dunque non sottilizza sul merito della questione. Esige teste sulle quali sfogare la propria rabbia. Attenzione, non mi pare che si tratti solo di un problema di sentenze. Queste sono solo l’indicatore di un malessere e di un black-out che si manifesta negli ambiti più diversi. Cosa pensare dei poliziotti che malmenano gli operai della Terni? Non vediamo anche in questo caso una scollatura drammatica, al di là della contingenza di una situazione, una mancanza di sensibilità che rinvia al venir meno di un tessuto culturale, di un sistema di relazioni e di compatibilità che sono il patrimonio più prezioso di una democrazia. E ancora, la rabbia sacrosanta senza se e senza ma di chi subisce le conseguenze degli smottamenti e delle alluvioni e si accanisce con i sindaci e le amministrazioni. Sono segnali e sarebbe pericoloso non valutarli per quello che dicono: l’avvitamento di una società che ha perso fiducia nella politica, la sensazione del cittadino di essere l’ultima ruota di un carro abbandonato a se stesso e corrotto e, dunque, l'urlo rabbioso come l'ultima risorsa, perché è finito il tempo delle attese e troppo tempo è stato perduto. I problemi si sono ingigantiti e intanto le corporazioni si chiudono in se stesse e si difendono e finiamo per ritrovarci ciascuno in una sorta di schizofrenia quotidiana tra il pubblico e il privato, tra il nostro interesse più prossimo e l’interesse generale che invochiamo solo quando siamo toccati e non perché sia il naturale presupposto della nostra convivenza. E intanto il sentiero civile tra la rabbia e la rassegnazione si stringe.

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