Il rischio di Matteo

Il rischio di Matteo

29.10.2014 - 11:55

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Non ho mai visto Matteo Renzi dal vivo. L’ho visto e l’ho ascoltato sempre in televisione, nel luogo deputato a risolvere l’equazione fondamentale in cui nel nostro tempo si legano il potere e l’immagine, la politica e la comunicazione.
L’ho visto alla Leopolda, in un capitolo che lui stesso ha sottolineato diverso perché dalla rottamazione si è entrati nella fase del governo e, dunque, il grande problema diventa come mantenere un contatto tra la vitalità di un movimento e una radice nella società che vuole cambiare, da un lato, e la pratica quotidiana di chi entra nel Palazzo. Che non è solo Palazzo Chigi, ma le regole delle istituzioni, gli strati delle burocrazie, i recinti delle corporazioni, le trasversalità clientelari, le routines della politica politicante, le agende dettate da Bruxelles..

L'immagine di Renzi, e lui lo sa, si è costruita cercando di cavalcare quel bordo, fra la gente e la politica, con l'obiettivo di ricucire la frattura che connota da decenni il rapporto tra la politica, appunto, e chi la impersona e la gente, l'entità misteriosa, diffusa, di cui facciamo tutti parte, una galassia dove ci stanno i bisogni, i desideri, le incazzature, le speranze, le frustrazioni, i sogni, insieme però anche ai vizi di lunga durata che ci portiamo dietro, le furbizie, le scorciatoie, il tira a campa', la preferenza per l'individuale e il familiare rispetto al collettivo, per il “particulare” guicciardiniano rispetto al senso e all'interesse generale.
cavalca quel bordo Renzi e la Leopolda diventa il luogo di un patto in cui i fedeli accorrono e riconoscono il capo, il leader in cui si identificano, e quel luogo di Firenze si replica o si dovrebbe replicare attraverso la televisione nelle case di tutti.
Renzi ricorre al repertorio del capo: la strada che è stata fatta, il cammino che è ancora lungo, la paura che è il grande nemico da sconfiggere e che non prevarrà se si chiuderà il triangolo magico per cui il voi che si rispecchia nell'io del capo diventerà il noi, la compattezza solidale che sconfigge la Paura in nome della Fiducia. Con una stella polare che illumina tutto e scaccia la mediocrità e le miserie del mondo, la Bellezza.
E' sintomatico che nel suo linguaggio il presidente/leader/capo mescoli il repertorio della retorica carismatica con il vezzo dialettale, le battute del parlato di tutti i giorni, basta con le ciance, ce la siamo cercata, tocca a noi. Lo fa in maniche di camicia, davanti alla nuova chiesa che deve evangelizzare e portare il verbo della fiducia, della speranza, del sogno nel mondo, per ridare energia e riattivare l'energia depressa e delusa del Paese.
Questo conta, perché abbiamo assistito a un rito e nel rito il linguaggio diventa il luogo simbolico di un contatto, dove si conferma e si rifonda un patto a nome e per conto di tutti. Matteo lo fa da equilibrista che sa praticare i generi del discorso, alto e basso, con le parole d'ordine che giocano sempre sulla condivisione e sull'immedesimazione del Leader con chi lo sta ascoltando: non un corpo remoto, ma un giovanotto, ancorché su di chili, che potreste incontrare al distributore di benzina o in fila al supermercato, sveglio quanto basta, con il diagramma delle accelerazioni e delle pause gestito con la naturalezza di un oratore consumato. Parla dal palco come se stesse in mezzo a una piazza o a una riunione di condominio. Si fa capire e trasmette quella strana misteriosa Cosa per cui uno viene riconosciuto come leader e guida. Io, voi, noi.
Ho assistito a una performance che non era una predica, era un'investitura reciproca mirata sulla mèta da raggiungere, lontana, difficile quanto volete, ma a portata di mano se. Se tutti non defletteranno dall'obiettivo e non rinnegheranno la fiducia.
Cosa ho visto in controluce? Un Obama ancora più in maniche di camicia, lontano anni luce dalla fisiognomica dei leder della sinistra storica, non parlo del doppiopetto del migliore, ma degli Occhetto (che pure si fece fotografare in un bacio con la moglie), dei Prodi buonpastori, dei D'Alema sottili e taglienti. Renzi sta da un'altra parte. Non ha ideologie e non parla al perimetro chiuso degli iscritti a un partito, è un'onda debordante che si rivolge a tutti, sfonda le barriere, e per questo si presenta come uno di noi e con il linguaggio multitasking e semplice al tempo stesso, che tutti possono capire.
C'è solo un rischio in tutto questo. Che il simulacro prodotto non tenga alla prova dei fatti. Che l'immagine imploda su se stessa, nel momento in cui non sia riuscita a produrre un cambiamento di percezione collettiva rispetto alle difficoltà, ai problemi e al vicolo che sembra cieco della crisi. Matteo lo sa. Alla Leopolda è andato in onda un grande show. Lo aspettiamo fuori dalla televisione. 

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