Non basta dire: "Ognuno a casa sua"

Non basta dire: "Ognuno a casa sua"

04.09.2015 - 16:09

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“Dunque?” mi ha chiesto una follower di Twitter dopo che avevo postato la fotonotizia del migrante nascosto nel vano motore di una macchina a Ceuta. “Ma perché a casa loro no?” le ha fatto eco un’altra internauta. Eccezioni, posizioni minoritarie, certo (tanti altri hanno manifestato dispiacere, turbamento), eppure una risposta avrei voluto darla. Mentre riflettevo mi sono venute in mente altre parole, che avevo ascoltato in tv da Rosita Solano, la figlia della coppia di anziani uccisi a Palagonia: sospettato un giovane profugo della Costa d’Avorio ospite del Cara di Mineo. A lei non può che andare la nostra incondizionata solidarietà. Ma ascoltiamola: “le polemiche tra politici per me sono solo parole. Voglio fatti. Se i cittadini non si sentono sicuri nemmeno a casa loro, allora sì che potrebbe esserci una rivolta popolare. Anche papà e mamma sono stati immigrati ma hanno rispettato la terra che li ha accolti. Adesso la gente non ne può più”. Polemiche politiche a parte, cerchiamo di fare ordine tra le diverse emozioni che rischiano di travolgerci. Tre questioni si sovrappongono: quella della sicurezza del territorio e dell’organizzazione dei migranti, una volta che i rifugiati arrivati in Italia rimangono in attesa del visto o dell’eventuale rimpatrio (come quelli alloggiati al Cara, appunto). Passano settimane, anche mesi e, in quel periodo, i migranti - non ancora accolti come rifugiati politici - non sono nemmeno autorizzati a lavorare. Questo è un problema sacrosanto: di nuovo, non si può non essere solidali con chi subisce violenza perché non c’è adeguata sicurezza sul territorio. A questa prima questione si collega direttamente il secondo ordine di problemi: i richiedenti asilo non possono rimanere esclusivamente nel paese dove sono sbarcati o hanno fatto ingresso la prima volta. Questa norma, superata e ingiusta, è contenuta nel trattato di Dublino che infatti Italia e ora Francia e Germania vogliono cambiare, per un nuovo diritto d’asilo europeo che preveda la ripartizione automatica dei rifugiati tra i diversi paesi dell’Unione europea, con quote obbligatorie. La riforma si farà, nonostante le resistenze dei paesi dell’est (che bloccano i treni e marchiano i profughi) e di quelli come la Gran Bretagna che non fanno parte dello spazio senza passaporti Schengen. Non solo: chi non ha diritto d’asilo, cioè chi non fugge da paesi dove rischia la vita a causa di guerre civili o dittature, dovrà essere rimpatriato da strutture europee (non più di un solo paese), le stesse cui si chiederà di intensificare ulteriormente i pattugliamenti per bloccare i trafficanti. E intanto sarà necessario che diano frutti gli sforzi diplomatici dell’Onu per riportare all’unità le fazioni libiche, in modo da consentire controlli e vere e proprie incursioni in acque libiche, sempre in funzione antiscafisti. Due questioni dunque (la sicurezza e l’organizzazione dell’accoglienza in modo solidale in Europa) sono assolutamente legittime e rivelano colpevoli ritardi e inadeguatezze della politica: chi si lamenta ha ragione, l’Italia per troppo tempo è stata lasciata sola, insieme con la Grecia, ad affrontare un problema che in breve tempo si è rivelato epocale (ormai si parla di 60 milioni di persone in movimento, 4 già dirette in Europa). Rimane grave il terzo problema che pure può essere esasperato dai due precedenti: l’indifferenza, l’ostilità nei confronti dei migranti che rischiano la vita, bambini compresi, come il piccolo siriano affogato su una spiaggia turca: quella foto è un atroce richiamo. “Vergogna su chi mette in dubbio la dignità di altre persone” ha detto la Merkel annunciando nuove dure leggi. Potremmo anche ricordare che Londra ha annunciato la chiusura delle frontiere verso tutti gli immigrati, europei compresi e che solo quest’anno sono stati 57mila gli italiani trasferitisi oltre Manica. Gli ultimi? Ma sì, ecco cosa cominciare a twittare a chi mi posta “ognuno a casa sua”.

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