michele cucuzza bianco e nero

Medioriente, un’altra Sarajevo?

21.08.2015 - 15:12

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Come non riflettere - dopo lo scempio in piazza di Khaled al Asaad, capo archeologo di Palmira, da parte dei tagliagole dell'Isis - sulle parole del Presidente Mattarella a proposito del terrorismo che “sta cercando di introdurre nel Mediterraneo, in Medio Oriente, in Africa i germi di una terza guerra mondiale”? Un allarme grave, lanciato per la prima volta con lo stesso preoccupato avvertimento con cui Papa Francesco da tempo sollecita la comunità internazionale. E infatti, drammatica coincidenza, anche nel messaggio al Meeting di Rimini il Pontefice si è chiesto se sia ancora possibile sperare “davanti a una terza guerra mondiale combattuta a pezzi e con tanti fratelli perseguitati e uccisi a motivo della loro fede”. Una domanda angosciata che ne sollecita immediatamente un’altra: possibile che non si riesca a fermare questa scia di sangue e di terrore, alimentata ormai quasi ogni giorno da assassinii, attentati, assalti armati, dalla Siria all'Iraq, dalla Libia alla Nigeria? C’è una coalizione di 60 paesi (guidata dagli Stati Uniti) che quasi un anno fa ha deciso di lanciare raid aerei contro gli uomini del califfato. Eppure, per esempio a Sirte, solo per parlare degli ultimi giorni, gli uomini neri continuano ad avanzare, tra devastazioni e decapitazioni dei civili. Possibile che non li si possa fermare? Proviamo a districarci nel puzzle mediorientale. Il governo italiano, d'intesa con Washington, Parigi, Berlino, Madrid e Londra, ha sollecitato le fazioni libiche in guerra fa loro a trovare l'accordo per un governo di concordia nazionale che fermi l’Isis (e blocchi gli scafisti che continuano a organizzare le tragiche tratte in mare dei migranti, 400 mila solo quest'anno). Non esiste soluzione militare interna: “Intesa subito” ha sottolineato il ministro Gentiloni “o ci troveremo con una nuova Somalia” (cioè con un paese disintegrato). Nelle stesse ore, però, il governo di Tobruk (uno dei due principali contendenti libici) ha lanciato alla Lega araba un appello di segno diverso: bombardate subito l’Isis; a causa dell’embargo di armi imposto dall’Onu da soli non ce la facciamo; senza un intervento armato immediato, il califfato conquisterà altro territorio. Risposta della Lega araba: discuteremo di una forza congiunta il 27. Vedremo. E contemporaneamente seguiremo l’ultimo tratto del titanico sforzo diplomatico dell’inviato dell'ONU Leòn che avrebbe convinto 20 gruppi libici su 24 a firmare la pace.
Adesso è necessario guardare il puzzle dal lato della Siria, il paese dissanguato da 4 anni di guerra civile dove si è inserito con successo l’Isis che ha dato vita qui e in una parte dell’Iraq confinante il cosiddetto stato islamico. Dalla Siria, non a caso, fugge la maggior parte dei richiedenti asilo in Italia. Il dittatore al Assad è sciita (di fede alawita per la precisione), fa parte cioè del ramo dell'Islam ostile ai sunniti, cui sono affiliati i terroristi islamici. Sciita è pure il regime iraniano che, dopo l’accordo sul nucleare con gli Usa, si prepara a uscire da un lungo isolamento internazionale e che proprio per questo potrebbe svolgere un ruolo importante per una possibile soluzione del conflitto interno alla Siria. A danno dei terroristi, naturalmente: ma con quali esiti per i ribelli 'democratici’ , sunniti anch’essi, in difesa dei quali - giusto due anni fa - Obama stava per ordinare un bombardamento contro Assad? Anche nel 2013 il Papa era sceso in campo, con un sentito appello “contro l’inutile massacro” della popolazione siriana già tanto provata dalla guerra civile. Questo è il primo problema, cui ne segue immediatamente un secondo: oggi come allora a spalleggiare Damasco ci sono Mosca e Pechino, membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'ONU. Senza il loro coinvolgimento è difficile immaginare uno stop al terrorismo e alla guerra anche in questo secondo lato del puzzle mediorientale. E con l’Ucraina ancora in tensione l’aria che tira non è delle migliori.
mikcucuzza@gmail.com

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