Lo Stivale che continua a franare

Lo Stivale che continua a franare

02.05.2015 - 09:33

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“Siamo alla resa dei conti quanto a rischio idrogeologico, in Sicilia come nel resto del Paese. Faremo in tempo se già da domani comincerà una nuova azione di gestione del territorio: se saremo capaci di riprogrammare, con un nuovo modello di pianificazione e uso dei suoli”. L’amara considerazione arriva dal presidente dei geologi siciliani, Giuseppe Collura, mentre ragiona sul fatto che per ripristinare l’autostrada Palermo- Catania interrotta ad aprile per una frana tra Polizzi e Caltavuturo, nel palermitano, e risanare così la spina dorsale dei trasporti isolani, i lavori dureranno un anno e mezzo, forse due, con un costo previsto di 30 milioni. Collura non manca di sottolineare che il disastro del viadotto Himera, il più recente di una serie di crolli che ha coinvolto negli anni le strade siciliane e che ha inferto un duro colpo all'economia e alla mobilità dell'isola malgrado si sia cercato di rimediare con un nuovo treno veloce e il non semplice potenziamento di una bretella di collegamento tra i due monconi dell'A19, è stato un guaio annunciato: “La frana di terreni argillosi messi in movimento dalle piogge, di origini antichissime, aveva ricominciato a manifestarsi già nel 1999, con un fronte addirittura di 500 metri, che era stato segnalato dalle carte geologiche di quell'anno. Il cedimento era ripreso nel 2005 e nuovamente segnalato: dopo dieci anni di immobilità assoluta, ecco il risultato. Non si può più aspettare che si verifichi il danno per poi affrontare l'emergenza”.
Il geologo chiarisce che cosa significa introdurre un modello di gestione dinamica del territorio: “Non occuparsi soltanto della qualità delle infrastrutture di cui ci dotiamo, campo in cui ormai l'Italia eccelle, ma anche dei luoghi in cui queste vengono inserite, segnalando ad esempio anzitutto propensione al dissesto di un'area potenzialmente franosa. Prevenzione, dunque, ma anche successivo, costante monitoraggio del territorio.” Un'attenzione che, per Collura, dovrebbe valere per l'Italia intera: “Siamo un Paese fragile: il 70% delle nostre aree sono ad elevato rischio idrogeologico, senza dimenticare il pericolo sismico. Dalla Calabria, alla Campania, alla Liguria, al Piemonte paghiamo molto caro, in caso di alluvioni, il dissesto: lo spazio sottratto ai fiumi, la sparizione progressiva delle golene, l'urbanizzazione nelle zone esondabili”. Una riconversione in senso più avveduto della gestione del territorio non è nemmeno così costosa, come sembrerebbe inevitabile.”Intervenire in emergenza costa sino a 20 volte di più di quanto si spenderebbe in attività di monitoraggio e di riduzione del rischio sismico e idrogeologico. Soltanto in Sicilia tra il 1980 e il '99, tra frane e alluvioni, ci sono stati danni per 681 milioni di euro: nei 14 anni successivi i costi sono cresciuti in maniera esponenziale fino a 3, 3 miliardi. Per non parlare dei danni indotti all'economia e alla mobilità. Un trend di questo genere non è assolutamente sostenibile dalla collettività: messa in sicurezza, manutenzione, monitoraggio, pianificazione e prevenzione convengono. Da dove cominciare, a questo punto? “Dalla presenza dei geologi negli uffici dove si fa pianificazione, attività di monitoraggio del territorio e prevenzione. Non dobbiamo limitarci a spiegare perché accadono le cose, ma contribuire a prevenire i guai. Vogliamo che il 'geologo di zona' sia previsto per legge per collaborare con gli altri tecnici a supporto di tutti gli uffici pubblici, dai comuni, ai consorzi di bonifica, agli enti di bacino. Un esempio per tutti: per verificare se un'eventuale fuoriuscita da uno scarico fognario rischi di inquinare la falda acquifera di un comune, accanto ai medici delle aziende sanitarie pubbliche, dobbiamo necessariamente esserci noi geologici pronti a verificare le caratteristiche e le eventuali permeabilità dei terreni da sottoporre a controlli”.
mikcucuzza@gmail.com

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