michele cucuzza bianco e nero

Aiutiamo i Paesi arabi a fermare l’Isis

24.04.2015 - 12:37

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L’Europa affronta finalmente l’emergenza migranti e il caso Libia, ma chi è stato decine di volte in missioni umanitarie in Africa e in Asia, tra rifugiati e cristiani bersaglio dei fondamentalisti islamici vede chiaramente un legame tra le tratte di africani in fuga dalle guerre, in gran parte successivamente imbarcati sui barconi diretti in Italia, e la violenza dell’Isis e delle altre formazioni gemelle: è da guerre e persecuzioni di “infedeli” da parte di musulmani integralisti, salafiti e wahabiti come i militanti del Califfato, che hanno origine ormai gran parte delle migrazioni verso la speranza, oltre il Mediterraneo. Il ripetuto grido di dolore di Papa Francesco per i massacri di cristiani, tra i più recenti in Libia (29 etiopi copti uccisi dai guerriglieri mascherati dello Stato islamico) e in Kenya (dove le milizie islamiche somale Shabaab hanno fatto strage di 148 studenti cristiani) rimanda con un filo unico agli esodi di massa dai paesi dove dilaga il terrore: chi può scappa da quell’inferno, sperando poi di imbarcarsi verso l’Europa. E tra i carovanieri mercanti di questi traffici di uomini, donne e bambini, molti potrebbero appartenere agli stessi gruppi terroristici, che si finanziano anche così. Combattere i terroristi e i “moderni schiavisti” è un tutt’uno. E’ la convinzione di Sara Fumagalli, coordinatrice delle missioni della “Umanitaria padana onlus” e presidente onoraria dei pachistani cristiani in Italia, più di 40 volte in 12 anni in missione come volontaria tra Libia, Sudan, Iraq, Afghanistan e numerosi altri paesi in Asia e in Africa. Testimone oculare, due anni fa a Lahore, la seconda città del Pakistan, paese dove l’integralismo è sempre più diffuso, dell’incendio di 178 povere case della minoranza cristiana da parte di una folla inferocita di musulmani che intendevano vendicarsi di un presunto caso di profanazione del Corano da parte di un giovane cristiano, un anno dopo condannato a morte, Fumagalli è tuttora in contatto con alcuni dei 100mila profughi di Qaraqosh, il principale insediamento cristiano dell’Iraq, costretti nell’agosto scorso dai jihadisti del califfato a una fuga disperata, a piedi, senza nulla con sé, verso il Kurdistan, dove poi si sono dovuti adattare in campi dalle precarie condizioni.
Una catastrofe umanitaria denunciata prima di tutti dal Pontefice: rischia di scomparire una delle più antiche comunità cristiane che ancora parla correntemente l’aramaico, la lingua di Gesù. “Isis, Shabaab e Boko Haram (questi ultimi massacrano i cristiani in Nigeria) hanno alzato al massimo il livello della crudeltà del fondamentalismo, persino oltre gli attacchi kamikaze di Al Qaeda”, riflette con amarezza Sara Fumagalli, “torturano, sgozzano, crocifiggono le loro vittime. Hanno un’ideologia violenta, totalitaria come i nazisti, pretendono di dominare il mondo, farne una nazione islamizzata. Oltre a scagliarsi contro i cristiani in nome dell’islamizzazione dello Stato cui ambisce, la rete del terrore si accanisce con chi li combatte: in Africa Kenya, Etiopia, Egitto, il governo di Tobruk e alcune milizie libiche, in Asia quel che rimane del regime di Assad, oltre alla coalizione multinazionale che agisce con i raid aerei.
Per difendersi dall’Isis e dai suoi alleati andrebbe creata una grande alleanza trasversale, prima di tutto culturale, che dia all’opinione pubblica globale la consapevolezza della posta in gioco. Nello stesso tempo bisognerebbe sostenere i paesi arabi e musulmani che già combattono l’Isis, senza pianificare un intervento militare diretto dell’occidente che servirebbe solo - la storia recente lo insegna - a fomentare il radicalismo islamista e le persecuzioni dei cristiani. E intanto fare in modo che i profughi non finiscano nelle tratte gestite dagli stessi terroristi: non mi stupirei che i copti trucidati in Libia facessero parte del disperato esodo in atto dal Corno d’Africa verso la costa mediterranea”.
mikcucuzza@gmail.com

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