michele cucuzza bianco e nero

In trincea non c’erano codardi

10.04.2015 - 11:20

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Riabilitare, a pochi giorni dall’ anniversario del 24 maggio, i soldati italiani in trincea nella prima guerra mondiale fucilati perché giudicati colpevoli di 'codardia, diserzione, disobbedienza'. La richiesta è contenuta in una proposta di legge del gruppo Pd della Camera, sostenuta da intellettuali come Luciano Canfora, Alberto Monticone, Nicola Tranfaglia: per loro la sua approvazione dovrà segnare, un secolo dopo l’inizio della guerra, 'un piccolo giubileo civile', una di quelle prese di coscienza identitarie - diremmo noi - di elaborazione comune del passato, delle nostre radici più o meno lontane di cui tanto avrebbe bisogno il paese. Quanti sono i nostri soldati uccisi da altri militari italiani? 750 quelli fucilati in base a altrettante sentenze. Ma ce ne sono certamente numerosi altri di cui non si ha nemmeno il ricordo: il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore fino alla disfatta di Caporetto, riuscì a imporre la decimazione, che pure non era prevista dal codice militare.
E' quanto rievoca, tra gli altri, Piero Melograni nella sua 'Storia politica della grande guerra' (Mondadori). Questo significa che le esecuzioni potevano avvenire, per decisione degli ufficiali, senza nessuna prova concreta. Rarissime le pagine giornalistiche e le testimonianze dirette che possono esserci d'aiuto: già nel '19 Giuseppe Prezzolini , che pure aveva rappresentato una delle voci più alte dell'interventismo, ricordava come, complice la censura, 'i corrispondenti dei giornali, in generale, sono stati particolarmente bugiardi'. Figuriamoci quindi se potesse trapelare qualcosa delle fucilazioni sommarie. In questo quadro desolante, risulta ancora più tragica e terribile, se possibile, la testimonianza di Emilio Lussu, anche lui interventista in guerra, resa in 'Un anno sull'Altipiano', il capolavoro cui si ispira il film di Francesco Rosi 'Uomini contro': un maggiore considera ammutinamento il fatto che la sua compagnia sia uscita da una caverna sottoposta ai micidiali tiri dell'artiglieria nemica, cercando scampo all'aperto, e ordina l'esecuzione immediata di venti militari. Il plotone spara in alto per non colpire i condannati a morte, il maggiore - pistola in pugno - ha il tempo di uccidere tre soldati prima di essere a sua volta crivellato di colpi dal plotone di esecuzione. Malgrado i nostri tempi da 'società liquida', dove la memoria è troppo spesso delegata a dispositivi remoti, tutta la prima guerra mondiale meriterebbe ancora una grande riflessione collettiva. Non tanto per celebrare questa o quella battaglia, questo o quel gesto eroico - di cui pure è sacrosanto conservare il ricordo. E non solo per rievocarne la catastrofica ampiezza e le ripercussioni : 10 milioni di morti, 700 mila dei quali italiani, 20 milioni di feriti, enormi distruzioni che lasciarono inevitabilmente l'Italia in una profonda crisi che si tentò di oscurare con il mito della 'vittoria tradita' e l'avventurismo alla D'Annunzio, battistrada del fascismo. Abbiamo un dovere nei confronti dei giovani: aiutarli a maturare un profondo, irrevocabile rifiuto e disprezzo nei confronti della guerra, della violenza come scorciatoia brutale per risolvere controversie e dissidi. Facciamo leggere ai ragazzi quello che hanno lasciato scritto, loro sì immuni da retorica, poeti e scrittori che la grande guerra l'hanno combattuta, spesso da volontari, e dalla quale sono tornati profondamente sconvolti, trasformati per sempre: 'siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, non crediamo più a nulla' (E.M. Remarque), 'è una cosa spregevole, ne rimarrà il segno' (C.E. Gadda), 'non possiamo più tornare indietro' (R.Musil), 'è il mio cuore il paese più straziato' (G. Ungaretti). Anche chi firma la proposta di legge si rivolge ai giovani, proponendo un concorso nelle scuole per scegliere la frase con cui la Repubblica chiederà perdono ai fucilati. Prendere coscienza non vuol dire disertare: dà senso semmai al nostro diritto di difenderci.
mikcucuzza@gmail.com

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