michele cucuzza bianco e nero

Un bivio davanti al precipizio

05.12.2014 - 15:38

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Tre immagini, con il loro carico di emozioni profonde, hanno segnato questa settimana: tre vicende che ci interrogano sulla direzione che potrebbe prendere la nostra evoluzione di umani globalizzati. La prima inquadratura viene dagli Stati Uniti e ci commuove: il sergente di polizia bianco che abbraccia a Portland, Oregon un bambino di colore. Il piccolo piange mentre si stringe a quel poliziotto grande e grosso, lui con i guanti di lana e un cappelluccio a falde, l'altro con il casco in testa e l'attrezzatura da ordine pubblico alla cintura. “Abbracci liberi”, diceva il cartello in mano al piccolo, in una delle tante iniziative di protesta contro l'assoluzione dell'agente che ha ucciso a Ferguson il diciottenne nero Michael Brown: sembra una cartolina di Natale ed è pura verità. Nasce per reazione a una tragedia impunita e ci dice, senza retorica, come potrebbe essere: integrazione, fiducia reciproca, tutela, attenzione speciale per i più piccoli, quale che sia il colore della loro pelle. Questo è il mondo che vogliamo e che vorremmo essere in grado di costruire: non a caso quella foto è stata condivisa su internet in maniera virale, racconterà un'epoca. Eppure basta un niente perché, al contrario, la violenza torni protagonista proprio nei confronti dei più piccoli, degli indifesi. Ecco allora l'immagine spoglia del piccolo ponte sopra un ruscello a pochi chilometri da Santa Croce Camerina, Ragusa: le fettucce della polizia a chiuderne l'accesso, gli agenti con le casacche marcate “polizia” a sorvegliarlo. Lì hanno portato il piccolo Loris, dopo averlo strangolato.
Una storia terribile, ogni giorno meno chiara, tranne che nella sua tragica sostanza: il bambino aveva 8 anni, qualcuno ha deciso che la sua vita dovesse finire lì. Vendetta? Tragedia familiare? Chissà. Non vedremo mai (giustamente) cosa è stato fatto a Loris, ma sentiamo in quell'assenza , nel vuoto di quella parete spoglia tra due ciuffi d'erba, lo strazio di una tomba grigia, a cielo aperto, di un innocente cui qualcuno ha deciso di rubare il futuro e che invece avrebbe voluto abbracciare anche lui un parente, un poliziotto, chiunque lo facesse sentire al sicuro, libero di sciogliere la tensione della minaccia e di abbandonarsi a un pianto liberatorio, come il suo coetaneo di Portland. Un mistero crudele. Che fa il paio con la terza immagine, figlia degenere dell'epoca del pensiero corto, dell'impulsività in rete, dell'illusione che la rappresentazione della nostra vita (dal piatto caldo appena servito in tavola, alla festa di famiglia trasformata in 'evento') rendano più televisive, più spettacolari, più degne di attenzione le nostre azioni quotidiane. Anche le più abiette. Chissà se Andy Wharol pensava che si potessero cercare su fb, annunciando il femminicidio della propria ex moglie con un post che toglie il respiro, corredato da un insulto sprezzante, i quindici minuti di celebrità che disperatamente andiamo cercando, convinti che la notorietà conti di più di ogni altra cosa, ora più che mai scorciatoia illusoria per soffocare il risentimento e l'astio per la crisi che non va via. A completare l'opera, i 308 “mi piace” cliccati sopra, prima che il social network si decidesse a cancellare tutto. Ma poi chissà per quanto tempo ci porteremo dietro questa raggelante confessione-autocelebrazione o se invece non la lasceremo evaporare presto, sostituita da un'altra immagine che ci sciocchi al suo posto. Eppure dovremmo trovare anche solo un attimo per chiederci, visto che siamo anche quelli della cartolina di Natale dall'Oregon, fino a quando lasceremo libere di dilagare le pulsioni peggiori, illudendoci di autoassolverci grazie al consenso di chi è pronto a applaudire il peggio e, insieme, a irridere e sporcare qualunque manifestazione di umanità e di socialità vera, come quella di Portland. L'evoluzione è sempre un bivio, una porta che apre all'empatia o al precipizio più terribile.
mikcucuzza@gmail.com

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