L’Aquila terremoto infinito

L’Aquila terremoto infinito

21.11.2014 - 13:50

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Come si sta all’Aquila e in Abruzzo, dentro, nel proprio intimo, cinque anni dopo quel terribile 6 aprile del terremoto? Il dolore per le oltre 300 vittime, i traumi fisici subiti dai 1600 feriti, intrecciati al panico provocato dalla scia infinita delle scosse, i crolli, la desolazione, che cosa hanno lasciato, nel 2014, negli 80mila sfollati soccorsi a suo tempo nelle tendopoli, in alberghi e in abitazioni lontane dal capoluogo, dalla conca e dalla provincia aquilana? Non si tratta di domande astratte, provocatorie, poste mentre mezza Italia è alle prese con le disastrose conseguenze delle alluvioni. E’ quello che giorni fa hanno provato a raccontarsi nel capoluogo abruzzese volontari, Croce rossa, 118 e Asl, protezione civile e corpi militari impegnati nell’assistenza ai terremotati, insieme con medici, docenti e psicologi animati dal desiderio di trarre “esperienza dall'emergenza”, di reagire “propria-mente”. Un’opportunità per riaccendere un faro su realtà che, in passato, troppo frettolosamente e ottimisticamente sono state considerate addirittura archiviate. “C’è un’evoluzione significativa”, spiega Rita Roncone, docente di psichiatria all’Aquila, che conserva nitido il ricordo di quella notte: “Mi sono svegliata di soprassalto, ho visto una parete della mia casa che si apriva”, un’immagine che per mesi le è riapparsa ogni volta che ripensava al sisma. Oggi la professoressa gestisce un ambulatorio di psichiatria frequentato da 250 persone. In assenza di studi scientifici condotti sul lungo termine dopo il terremoto, la sua esperienza, anche in un contesto di dimensioni ridotte, è di grande interesse: “Non ci sono più i disturbi da stress posttraumatico tipici di quell'esperienza, che all’Aquila hanno coinvolto per mesi e mesi dal 20 al 40% della popolazione, quali i flashback continui, l'esagerazione delle risposte in caso di allarme, la paura di entrare negli edifici chiusi, il distacco e la perdita di interesse nelle attività e nella vita sociale, i pensieri e le emozioni negative, compresi i sensi di colpa, fino al rifiuto vero e proprio di riconsiderare quanto vissuto”. Oggi Roncone rileva situazioni differenti: “In alcuni casi c’è un perfetto adattamento, in altri invece ci sono situazioni di tipo soprattutto depressivo, legate alla scomparsa degli ambienti e dei contesti di vita originari, alla perdita del lavoro e alle difficili condizioni economiche, oltre che alla rottura di rapporti affettivi : coppie in crisi, figli e nonni costretti ad allontanarsi”. L’esperta coglie un altro dato che ritrova in aquilani che non necessariamente vede nel suo ambulatorio: '”Molta parte della popolazione è riuscita a farcela, anche nelle nuove dimensioni abitative, malgrado la disgregazione delle 19 'new town' ; in fondo l’Aquila non si è svuotata, l’università ha fatto il possibile per rimanere aperta e fornire un servizio agli studenti; in quasi tutti però rimane come un sentimento di nostalgia e di perdita: non è una patologia, è il lutto per il futuro che non si è potuto avere. Io stessa vivo questo struggimento se penso alla mia città com’era”. A questo punto, il bisogno primario, insieme a una maggiore sicurezza nel quotidiano, sarebbe quello di avere tempi certi, anzitutto per quanto riguarda la propria abitazione: “I lavori nel centro storico dell’Aquila sono fermi, giusto tener conto della crisi che coinvolge tutto il paese e, negli ultimi tempi, anche delle emergenze per le piene dei fiumi, ma come fa chi aspetta la ricostruzione della propria casa a programmare il futuro?” I giovani, tuttavia, si stanno riorganizzando: “Il sabato sera vanno nel centro storico, passeggiano lì, si ritrovano in qualche locale che ha riaperto e che loro preferiscono ad altri, più periferici e più anonimi. Hanno fatto anche manifestazioni per avere spazi culturali: esprimono bene le loro esigenze di chiudere con l'esperienza dell'emergenza”.
mikcucuzza@gmail.com

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